……………..sì, anch’io ho sognato il treno
Questo inizio di settembre per noi di in_loco_motivi è stato molto impegnativo in quanto abbiamo avuto l’opportunità di far conoscere lo stato attuale della nostra battaglia civile per la riapertura della ferrovia Avellino Rocchetta. Insieme ai giovani del centro sociale Rouge di Lioni e successivamente durante un convegno svoltosi all’interno della fiera di Calitri la vicenda di questa nostra storica ferrovia è stata riproposta all’attenzione della classe politica irpina. Siamo passati dal “non si sa mai” pronunciato dal vice ministro, sindaco di Salerno, Vincenzo De Luca a quello lasciatoci da Vinicio Capossela : “si mi sono sognato il treno!”.
Il primo messaggio è stato un breve ma significativo impegno, forse anche di cortesia, rispetto al “niente da fare” che subì qualcuno che accompagnava il vice ministro in visita alla fiera rispetto alla sciagurata decisione dell’assessore Sergio Vetrella di chiudere la ferrovia Avellino Rocchetta. Lo stesso che decise, successivamente, anche la chiusura della stazione ferroviaria di Avellino, poi rientrata anche se a mezzadria.
L’altro messaggio ci è stato consegnato, anche come impegno personale, da un bravo artista irpino, Vinicio Capossela, che a Lioni, insieme a vecchi e nuovi amici, hanno disegnato uno scenario nuovo per la ferrovia Ofantina. Abbiamo discusso insieme per tre ore, abbiamo ascoltato testimonianze di quello che è stata e poteva essere questa ferrovia, abbiamo assistito insieme a Vinicio al filmato” il treno irpino del paesaggio”, realizzato dal canale tematico Tesori d’Irpinia che ricorda l’ultimo viaggio compiuto sulla nostra tratta, ed abbiamo avuto la convinta adesione di Vinicio alla nostra battaglia. Le sue considerazioni per il ripristino della ferrovia Avellino Rocchetta ci saranno molto utili per il prosieguo della nostra attività.
Il suo messaggio: sì, anch’io ho sognato il treno da oggi diventa uno stimolo in più per tramutare in realtà questo sogno che sta affascinando tante persone che hanno in comune l’amore per la propria terra: l’Irpinia.Pietro Mitrione

sì, ho sognato il treno Vinicio capossela

sì, ho sognato il treno
Vinicio capossela

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61 Responses to “”


  1. 1 avellinorocchetta 05/09/2013 alle 8:57 am

    Non ho parole per descrivere la commozione di vederci uniti, praticare l’arte della gioia, della gentilezza, della disponibilità e del rispetto.
    Mostrare a chi non conosce e ri-conoscere questo paese, in un altro modo, sentirlo pieno di voci, di musica, di racconto, di chiacchiere, di iniziative. È una esperienza che ci può aiutare a vedere il grande patrimonio che questa terra porta in seno, che è il territorio, il paesaggio, le persone, la cultura. È un grande patrimonio silente, come addormentato, ma che è in grado di sollevarsi, di fiorire se gli se ne si dà l’occasione………. Vinicio Capossela

  2. 2 avellinorocchetta 13/09/2013 alle 8:40 am

    Mi permetto di pubblicare la lettera che mi ha scritto una stazione della linea Arona-Santhià Comignago / Cureggio / Gattinara / Rovasenda Alta / Buronzo / Carisio
    014 settembre’13
    Gentile lettore,
    sono una stazione agonizzante, tradita e abbandonata! Sono nata nel 1905 e vorrei dire la verità sulla gestione degli ultimi anni della ferrovia per la quale ho prestato servizio in questi 108 anni!
    Di storie, di volti e di viaggiatori ne ho visti a cavallo di questi due secoli! Negli anni della Seconda Guerra Mondiale ho visto persone coraggiose prendere il treno per spostarsi tra Arona e Torino! Erano davvero coraggiosi, almeno quanto i macchinisti che senza troppe pretese avevano innanzitutto un’ etica professionale che oggi non esiste più nel continuare a voler effettuare il servizio anche durante la Guerra, sotto i bombardamenti rischiando la pelle, per rendere un vero servizio alla popolazione!
    Finita la Guerra il mitico Genio Ferrovieri Italiano ha iniziato la ricostruzione e la bonifica di tutta la ferrovia! Ha sminato i campi, ha ripristinato scambi e segnali, presenziato e modernizzato passaggi a livello, stazioni, punti di blocco.
    Abbiamo vissuto periodi nei quali chi era al “potere” credeva fortemente nel trasporto su ferro alternato e risolutivo rispetto a quello su gomma! Iniziavano così a crescere passeggeri trasportati, merci e treni! Si iniziava alle 5 del mattino con l’accensione dei segnali a bandiera ad olio e si terminava ben oltre le 23 con il passaggio dell’ultimo convoglio.
    C’era voglia di rinascita e lavoro per tutti! C’era un vero amore per il proprio lavoro che oggi non esiste più! C’era un concetto di viaggiatore / cliente che oggi non viene più venerato (oggi, purtroppo, il viaggiatore è un numero, un conto economico… un “rompiscatole” che non è mai contento del servizio, mai un punto di riferimento utile per migliorarlo)!
    C’era la grande ripresa del dopoguerra che soffiava sugli animi delle persone e dava loro speranza.
    Nei tempi di massimo splendore noi stazioni divenivamo un punto di riferimento importante per la vita sociale, un luogo di abbracci, un luogo di partenze, un luogo di incontri, un luogo in cui i sogni salivano su di un treno, con o senza bagagli, un treno che portava alle Università, alle caserme militari, alle grandi città, alle grandi stazioni (ad esempio Torino Porta Nuova) dalle quali partire su altri convogli diretti ancora più lontano!
    Abbiamo visto tempi nei quali durante le tempeste di neve il treno era l’unica cosa che riusciva a muoversi, magari in ritardo, ma riusciva a partire da Arona (o da Santhià) e riusciva ad arrivare a destinazione!
    Abbiamo superato insieme momenti difficili come l’alluvione del Sesia che portò via il Ponte in Ferro che venne prontamente ricostruito grazie al lavoro e alla passione di chi in questa linea aveva sempre creduto!
    Abbiamo vissuto insieme momenti in cui sui nostri binari transitavano treni internazionali, quando la linea internazionale del Sempione era bloccata all’altezza di Fondotoce per l’alluvione del Toce (anni ’70)!
    Fino agli anni ’90 eravamo ancora nel pieno delle nostre potenzialità!
    Poi si iniziò a tagliare servizi, corse ferroviarie e personale!
    Ci murarono prima le biglietterie, poi gli uffici del capostazione, infine ci murarono le sale d’attesa, così che per attendere il primo treno del mattino (che tra tagli vari non arrivava mai prima delle ore 7 mentre prima il primo transito era quello delle 5) ci si doveva arrangiare e sperare: che non piovesse, che non nevicasse, che non ci fosse nebbia fitta!
    Ovviamente dovevi pensare anche alla sicurezza personale: cosa avresti fatto se ci fossero stati malintenzionati nascosti nei meandri dietro la banchina del binario o nel casottino delle toilette?
    Dovevi anche possedere il biglietto ferroviario che comperavi “dal verduriere” la sera prima, sempre con la speranza che questo non li avesse già finiti! In quel caso erano davvero cavoli amari, una partita impari tra te e il capotreno!
    Così negli ultimi anni queste erano le condizioni di viaggio! O ti andava bene così oppure ti inventavi altri mezzi di trasporto!
    E se ancora avevi il coraggio di scegliere il treno come mezzo di trasporto dovevi stare ben attento / a a non perdere il treno delle 7 perché fino a mezzogiorno e un quarto non ve n’erano altri!
    Sì sì! Hai letto proprio bene! Se perdevi quello delle 7 dovevi fare da “palo” per tutta la mattina (a dire il vero intorno alle 8 passava sempre una motrice a corsa vuota… non si capiva mai perché doveva passare vuota andando in su’ e vuota andando in giù intorno alle ore 16.45).
    Rammento a tal proposito che in linee gestite meglio della nostra vi è un treno ogni ora per ogni senso di marcia, o quando va male o al sabato e alla domenica, un treno ogni due ore, dalle 6 del mattino alle 21.
    Così sono stati sempre più numerosi coloro che si inventarono altri mezzi di trasporto e negli ultimi anni (negli ultimi mesi) di agonizzante servizio molte di noi stazioni si rianimavano un po’ solamente quando due treni si incrociavano e scendevano i capotreno a contarsela su per trenta secondi prima di proseguire verso attigue destinazioni!
    Caro sindaco, caro lettore. Ti scrivo affinchè tu sappia la vera verità sul fallimento della ferrovia Santhià – Arona, imputabile solo ed esclusivamente a Trenitalia con la complicità della politica e alla sua politica sorda verso le esigenze dei viaggiatori!
    Diffondi questa verità quanto più puoi e non dire “lasciamo perdere, tanto non serve a nulla!”
    Più persone sanno quale è la verità e più avremo probabilità di inchiodare una volta per tutte il monopolista di fatto alle sue responsabilità!
    Ricordati che la scure, con la scusa del risparmio aziendale, ha iniziato a colpire la tua linea ferroviaria, ma a rischio vi sono altre linee come la Varallo – Novara, la Novara – Arona (dove l’ultimo treno del giorno parte alle ore 18.45!!!), la Novara-Domodossola e la Novara – Oleggio – Sesto Calende – Laveno, ove Trenitalia ha il coraggio da anni di far circolare due treni diesel da 64 posti a corsa (su di una linea elettrificata) per sei giorni alla settimana, per tre corse per ogni senso di marcia fino a Sesto Calende, che si riducono a due tra Sesto Calende e Laveno!
    Ricordati che gli impianti della linea, ristrutturati negli anni ’90, sono ancora oggi, 18 gennaio 2013, accesi (segnali, passaggi a livello, conta assi ecc.)! I semafori di partenza e di arrivo sono ancora operativi! E’ dal 16 giugno 2012 che emanano sempre la stessa luce rossa (che oggi confonde solo i trenini di formiche)! Se presto non si ripristina il servizio ferroviario vero e proprio le gallerie inizieranno a divenire un covo per immigrati irregolari, nonché un’ ottima miniera dalla quale estrarre (leggasi rubare) ferro, rame e altro ancora! Insomma! Non so’ se rendo l’idea!
    Fare qualcosa subito si può: far girare questo documento e far conoscere a più gente possibile la verità! Successivamente imporre a Trenitalia il ripristino del servizio o rivolgersi con decisione ad altri operatori che possano garantire il servizio 24 ore su 24 ad orario cadenzato. La tua linea è anche la mia! Non è solo una “linea turistica”!

  3. 3 pietro mitrione 27/09/2013 alle 8:19 am

    http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html?day=2013-09-21&ch=3&v=268545&vd=2013-09-21&vc=3#day=2013-09-23&ch=3&v=269704&vd=2013-09-23&vc=3
    Il dramma delle ferrovie raccontato dalla trasmissione Presa diretta di RAI3 del 23 sett 2013: una vergogna nazionale.

  4. 4 avellinorocchetta 12/11/2014 alle 8:42 pm

    https://www.youtube.com/watch?v=0SoUfbXiwfU&feature=youtu.be perchè riaprire la ferrovia Avellino – Rocchetta

  5. 5 avellinorocchetta 12/11/2014 alle 8:42 pm

  6. 6 pietro mitrione 07/10/2016 alle 9:06 pm


    ritorna la ferrovia
    22-8-2016

  7. 7 pietro mitrione 07/10/2016 alle 9:07 pm


    sponz fest 2016

  8. 8 pietro mitrione 07/10/2016 alle 9:08 pm


    centenario

  9. 9 pietro mitrione 07/10/2016 alle 9:09 pm


    ultimo treno

  10. 10 pietro mitrione 07/10/2016 alle 9:10 pm

  11. 11 pietro mitrione 07/10/2016 alle 9:16 pm


    120 anni

  12. 12 pietro mitrione 07/10/2016 alle 9:21 pm


    pietro il ferroviere

  13. 13 pietro mitrione 07/10/2016 alle 9:26 pm


    ultimo treno ad avellino

  14. 14 pietro mitrione 08/10/2016 alle 8:40 am


    bella ciao sul treno
    27 agosto 2016

  15. 15 pietro mitrione 26/10/2016 alle 8:51 am

    I treni somigliano alla vita
    –Alfredo Sessa Domenica 23 Ottobre 2016
    Frecce scoccate da Milano e Torino che vanno a conficcarsi a Roma, Napoli, Salerno. E che dal Sud ritornano, con la sorprendente banalità di una metropolitana veloce. È la rivincita del treno, il dinosauro di ferro che grazie all’alta velocità ha trovato il rilancio dopo decenni di goffa subalternità nei confronti dell’aereo e dell’automobile. Silenziosi, scattanti come tigri, i nuovi treni rappresentano il tramonto del lento scorrere del paesaggio e del tempo. Sulle linee ad alta velocità va in scena la versione sincopata del viaggio: è sempre un muoversi nel più dilatato percorso dell’esistenza, ma senza le stesse sensazioni che la ferrovia offriva a uomini d’affari, famiglie, studenti, artisti.

    È un immaginario, quello ferroviario, quasi tutto da reinventare alla luce degli spostamenti a oltre 300 allora. Ma allo stesso tempo è difficile abbandonare la tradizionale idea del treno archiviata nella memoria collettiva: la ferrovia delle “centoporte”, dei viaggi in comitiva, delle notti da fachiri trascorse in cuccetta o nel confort di un wagon lit. O ancora la ferrovia dei pranzi al wagon restaurant, delle macchine a vapore, delle stazioni di campagna, delle linee locali con le ritirate, i giardinetti fioriti, le piattaforme girevoli e i depositi locomotive. Senza dimenticare il lato oscuro del treno: le odissee dei pendolari, costretti a stringersi in convogli inadeguati sotto il profilo del conforto, della frequenza e della velocità.

    Due mondi così distanti, la scintillante Tav e le linee secondarie, corrono paralleli nel saggio Il fascino del treno di Romano Vecchiet, appassionato di storia e attualità delle ferrovie, direttore della Biblioteca civica di Udine. «Il mio – spiega Vecchiet – è un giudizio in bilico. L’alta velocità ha rilanciato il treno, ma i viaggi che si potevano fare sui vecchi convogli non esistono più. Sarebbe bello, invece, se il successo della Tav favorisse il rilancio dei treni locali, le ferrovie complementari, il recupero dei rami secchi».

    Piccole divagazioni di viaggio tra binari e stazioni, quelle di Vecchiet, che finiscono per dare unità alla transizione tra la ferrovia archetipo industriale e la ferrovia che finalmente si fa beffe di auto e aerei. Il treno, del resto, è sempre stato testimone e protagonista della nostra storia, sia pure con una visione laterale, quella dal finestrino, allo stesso tempo parziale ed effimera. Un tempo, essere collegati a una rete ferroviaria era ossigeno puro come, oggi, l’essere connessi a internet: si poteva dialogare con il mondo, si poteva lavorare, commerciare, vivere, sperare, sognare.

    I treni assomigliano alla vita. Tra Tav e vecchie linee senza tempo, il viaggio si fa emblematica metafora del male di esistere, ma anche del suo opposto. «Il treno – scrive Vecchiet – non è un semplice mezzo di locomozione. È un po’ questo: un mix di tecnologico da un lato, e di emozionale dall’altro». Littorine, regionali, espressi, Frecce e Tgv sono quinte teatrali, salotti, confessionali, tempo sospeso, generatori di odio e amore, moltiplicatori di attese e illusioni. I momenti di riflessione, di studio, di solitaria lettura sono in genere più frequenti dei momenti di conversazione con le persone incontrate. La ferrovia è capace di radicalizzare i sentimenti positivi verso il mondo che scorre fuori dal finestrino o, al contrario, di suscitare un profondo rigetto nei viaggiatori “per forza”.

    L’insofferenza nei confronti del treno non è un’invenzione di questi anni, e tanto meno appannaggio esclusivo di movimenti come i no Tav. Semplicemente, la ferrovia non è mai stata solo un’avventura turistica per viaggiatori felici. Ha svolto un ruolo determinante nelle guerre, ed è, nei suoi non rari momenti di inefficienza, complice recidiva di sofferenze fisiche e psicologiche.

    Ma Romano Vecchiet è al fianco di chi apprezza il treno come espressione vitale di gioia, di ricordo, di scoperta ed emozione. Qualcosa che riaffiora, per esempio, nelle opere d’arte del pittore russo Aleksander Deineka. «Fra tutte le esperienze artistiche legate al treno – osserva Vecchiet – quelle del socialismo reale mi sembrano le più ingenue e vicine a un ideale di trasporto ferroviario lieto e ludico. Nel grigiore delle dittature, il viaggio in ferrovia poteva infatti rappresentare uno dei pochi momenti di libertà. E il treno poteva avere la sua rivincita».

    Cosa rimarrà del treno ideale, da plastico ferroviario, adesso che siamo incapsulati in rettili di metallo che strisciano velocissimi in galleria? Rimane una certa propensione al turismo ferro-gastronomico, al viaggio in vetture “Corbellini” trainate da vecchie locomotive a vapore, diesel, elettriche. Antiche e un po’ spaesate signore dei binari insidiate dalle biciclette. «C’è questa moda – dice Vecchiet – di fare a ogni costo piste ciclabili sulle vecchie sedi ferroviarie. Le ciclabili, invece, avrebbero bisogno di treni che corrono paralleli ai percorsi per le due ruote». E l’intesa sarebbe quasi perfetta: si sale dolcemente in treno, si discende altrettanto dolcemente con la bicicletta trasportata, poco prima, in ferrovia.

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

    Romano Vecchiet, Il fascino del treno , Ediciclo, Portogruaro, pagg. 95, € 8,50

  16. 16 pietro mitrione 09/11/2016 alle 10:10 pm


    lavori stazione Avellino nov 2016

  17. 17 pietro mitrione 09/11/2016 alle 10:11 pm


    gesualdo 29-10-2016

  18. 18 pietro mitrione 09/11/2016 alle 10:14 pm

    http://www.primativvu.it/avellino-restera-lunica-citta-campania-senza-collegamento-ferroviario-napoli/
    08-nov 2016

  19. 19 pietro mitrione 09/11/2016 alle 10:15 pm

    http://www.primativvu.it/avellino-restera-lunica-citta-campania-senza-collegamento-ferroviario-napoli/

  20. 20 pietro mitrione 08/12/2016 alle 5:55 pm

    http://www.orticalab.it/Ferrovie-dimenticate-Lioni-Rocchetta
    Un impegno iniziato tanto tempo fa……..
    fra epiteti “bimbi scemi” e “stupidi idealisti”………………
    piccoli passi, pochi alla volta, fatica e tanta pazienza…un grande risultato, qualcosa da cui ricominciare…

    La proposta di legge N° 1178 “Disposizioni per l’istituzione di ferrovie turistiche mediante il reimpiego di linee in disuso o in corso di dismissione situate in aree di particolare pregio naturalistico o archeologico” compie un decisivo passo in avanti.
    Presso la IX commissione trasporti della Camera dei deputati, in sede referente, ne è stato approvato il testo.
    Purtroppo, la crisi di governo fa correre il rischio di allontanare nel tempo l’iter per la sua approvazione dopo che in commissione trasporti è stato compiuto un lavoro di grande coinvolgimento istituzionale e territoriale.
    Il percorso, ora, prevede che tale testo debba andare in aula alla Camera fra dicembre e gennaio per essere approvato e successivamente passare al Senato per la sua definitiva validazione legislativa.
    In questo testo è stato inserito l’ articolo 10 bis nel quale vengono elencate le prime ferrovie turistiche ( fra queste la Avellino Lioni Rocchetta) a cui si aggiungeranno le altre su proposta delle regioni e dei Ministeri competenti.
    Si tratta di un lavoro che ha visto la fattiva partecipazione di tante associazioni che hanno contribuito a rappresentare i valori storici, paesaggistici e culturali delle tante ferrovie “dimenticate” disperse nel territorio nazionale con apposite audizioni presso la IX commissione loro riservate.
    E’ stato un lavoro iniziato tanto tempo fa, la prima proposta fu della senatrice Anna Donati nel 2006, e che ora deve arrivare a compimento.
    Un ringraziamento va in particolare il Presidente della Commissione Trasporti Michele Meta ed a tutti i suoi componenti che hanno contribuito alla unificazione delle varie proposte presentate in questa parte di legislatura. A tal proposito va ricordata quella presentata dall’on. Luigi Famiglietti Proposta di Legge 1640: “Norme per la realizzazione di una rete della mobilità dolce nonché per la tutela e la valorizzazione del patrimonio stradale e ferroviario in abbandono.”
    Per noi irpini è un motivo di grande soddisfazione ora spetta alla regione Campania continuare quanto iniziato questa estate con la parziale riapertura della Avellino Rocchetta.
    Il bicentenario della nascita del grande Francesco De Sanctis, che volle fortemente la costruzione della Avellino Rocchetta, deve diventare l’occasione per far ritornare il treno sui binari della sua ferrovia.
    Il turismo ferroviario può diventare una grande prospettiva per il nostro Paese!

    pm

  21. 21 pietro mitrione 02/01/2017 alle 5:25 pm

    SPONZFEST2016
    HO SVALIGIATO IL TRENO CON UNA….PENNA

    [il mio regalo di buon anno, verso lo Sponzfest 2017]

    Il 22 agosto 2016 alle ore 13:45 c’è stato “l’Assalto al Treno”. L’ho svaligiato con una…penna. Non si registrano morti. I ‘feriti’ al cuore godono tutti di ottima salute e l’allegria colora il cielo di blu. La gioia ha preso il posto dell’uggia. Il sogno, che aveva svuotato di senso tutto il brigantesco mondo circostante, ha preso corpo correndo sulle ali dei binari ridando forza ad una vita che stava giungendo a scadenza.

    Stazione di Rocchetta Sant’Antonio.
    L’aria è frizzante. Come i pensieri dei viandanti. Di chi è rimasto e di chi è ritornato. Scesi quaggiù serpeggiando campagne battute dal sole e amene colline senza chiome. Tra una selva di polifemiche eoliche croci piantate nel costato, diventate lapidi di una terra disincantata.

    Nel giallo naturale di una luce cinerea, il largo degli addii rattoppato a pezze si illumina come le anime che corrono verso i binari. L’ufficiale pezzo di stoffa del primo cittadino, che come un sudario avvolge il futuro balcanizzato di una terra seviziata, sulla porta civetta, per i fragorosi viandanti, un sorriso privo dello scorrere della vita che si distingue da un forzato sorriso da uno genuino. I passi si apprestano con lo sguardo verso la ferrovia per salutare l’arrivo della locomotiva.

    Muniti di speranza, immortalano la gioia dell’istante che li sta attraversando. Da Pietro Mitrione arriva il sigillo sulla cronaca che si sta facendo storia. Il padre delle bandierine le passa di mano in mano e la coscienza si fa collettiva: si sventola il sigillo, le mani alzano al cielo i fazzoletti che senza macchia si abbandonavano al congiunto pianto dell’addio. Ritorna l’oggetto desiderato, ritorna il treno. Che si annuncia fischiando, come se volesse riprendersi la vita delle anime di chi partì e mai più è tornato. Il fischio vaporizza il balsamo addolcendo l’eutanasia di una terra troppo malata.

    L’avventura sui binari, che non portavano più, da un lustro, da nessuna parte le genti figlie delle zolle della stessa terra, ha spopolato paesi e frustato sogni di gloria in terre lontane, può riprendere a vivere sferragliando, questa volta, per tutta l’Irpinia, rimuovendo la polvere depositata sulle scarpe dei viandanti rimasti per lungo tempo ad aspettare questo giorno di festa che ha il sapore dello sponsale.

    La ‘calitrana’ sfuggita ai carabinieri senza collana e senza sottana alla stazione di Rocchetta la comandano un candelese con la fisarmonica e un rocchettano con la chitarra pizzicando e tastando l’amore preso a Vinicio il pumminale che è di Franceschina lo sposo ufficiale che l’aspetta, con clemenza, alla stazione di Cairano per l’ultima cupata.
    I suonatori allietano l’ora mentre il vento mette a prova l’italica resistenza che sarà tranciata dal treno, da lì a poco, con il suo trionfale ingresso in stazione.

    Al bar della stazione, per affrontare il viaggio in piena salute, un figlio della poetica al bancone liberamente sfama la gente. Una salute che a sentire le voci ha il sapore r’ lu pan’cuôtt’: buono appena impiattato e colloso se non viene mangiato. Come quando spezzi l’ostia per la comunione che se rimane intonsa porta alla corruzione.

    Tutto il futuro è racchiuso in quel pane che se condiviso l’aquilone fa volare. Ma quanti cassetti rimarranno ancora chiusi colmi di speranza mentre la banda spezza il filo del sogno che si stava alzando. Arriva il treno. Si riempiono le carrozze e si chiude il cassetto portando via i sognatori. Le classi prendono posto. Ognuna al suo posto: le autorità con le autorità, la gente con la gente. Ognuno nel suo cassetto. Ogni sogno nel suo cassetto. Non può esserci un convergente sogno che sferraglia crepitando sulle parallele che corrono verso l’infinito.

    La banda, con una marcetta di una italietta figliastria, si illude d’ingannare la storia patria che è rimasta falciata come la schiena dei tristi mietitori in un campo di messi di cui solo il sole poteva far sognare un avvenire migliore.

    Il fischio della partenza per il mistico viaggio, sulle rotaie rimaste zoppe da anni, mette fiato alla corsa del treno che ansimando sotto il carico festoso si sta con incanto inoltrando nell’ignoto di una terra dove i lupi sono di casa. Una terra di malombre janare mannari cunti che allattati dall’acqua dell’Ofanto son corsi di voce in voce popolando l’immaginario di intere generazioni.

    Sul treno, che sbuffa lento, facce felici, che vengono da un lontano che mi è famigliare come quando nasci e sorridi ad un volto che non conosci ma senti, ancestralmente, essere quello di tua madre, si avvicinano ricambiando il sorriso. È il richiamo dell’es-sere: dove vuoi ritornare anche se ti sei allontanato, è il porto sicuro di ogni marinaio, é l’istanza della memoria primordiale, é la voce della natura che ti richiama, è la terra della polvere dove il mistero ti inghiotte.

    Il treno fischia. Annuncia la prossima fermata. Ore 15:48. San Tommaso del Piano. Dal cucuzzolo Monteverde ci spia, addolorata per i troppi figli che ha visto andar via sotto lo sguardo della canizie come vezzeggia la valigia di cartone che stringeva il sogno con lo spago, recitato dal sanguigno raponese.
    Sotto il ponte di ferro, l’Ofanto, il fiume che ha allevato la terra d’Irpinia, come la balia fa con i suoi figli, che unisce le due sponde in un unico abbraccio irpini e pugliesi, scorre lento e silenzioso, senza più pretese, come le anime che nuotano incantate nel vuoto nell’odierno paradiso coperto dalla polvere depositata dai binari che il treno sta scoperchiando.

    Il longevo segaligno Michele Di Leo sceso da Rapone mi accoglie come un figlio, tra le mani solcate dal tempo, che ha scolpito la scorza vitale per sopravvivere su una terra selvaggia, che consuma la dignità delle genti costrette a difenderla con onore, per quel sorriso che vedo aprirsi sulle labbra della nipote mentre fissa l’abbraccio con il figlio partorito con lamento dalla stessa madre terra.

    Conservata la foto nel cassetto della mia memoria, saluto il patriarca Michele, padre ideale, e riprendo a vivere il mio sogno in carrozza. Tra la mia classe. In mezzo alla mia gente.
    Un berretto, su un giovane viso sporcato da una penuria di peli sormontato da un’aggiunta di diottrie, interrompe la mia scrittura e con fare cortese, la stessa che si usa tra fratelli: “prego biglietti!!” mi desta e ci stampiglia 3 biglietti in uno, per i tre cap’ vacant’, Faugn, Cuzzon, Mnuorc, sputati fuori dal cesario dello stesso buco, mentre il ventre di una galleria ci ingoia.

    I posti occupati dagli irsuti calitrani Rosario e Leonardo che accompagna lo stampellato ci donano l’abbraccio con i figli di Franceschina. Sono spassosi e solari come la loro mamma d’arte. Che li sta aspettando a casa. Tra li cunti di tutto un po’ dalla carrozza spunta, dalla verde aspra macchia, Calitri, che strizza l’occhio alla Roma papale tingendo di giallo e di bianco un cielo niente affatto sempre più blu, per queste terre dannate, come si scorge dal lato oscuro del paese rimasto seppellito sotto la polvere dal grigio terremoto novembrino che si è perso lungo la via della celeste resurrezione.

    Lenta come una testuggine che palma ogni centimetro di terra, alle 16:30 la locomotiva fischia ricambiando l’abbraccio festoso dei calitrani. La stazione è colma di genti. Scendo dal petto del treno e mi sposo. Un organetto che libera note aglianiche mi inghiotte, ubriacandomi nelle giravolte dei canti popolari che echeggiano nel mio cuore sponzandosi con il loro, in una quadriglia di sapori grintosi di un vitigno che addolcisce la mia bocca intonando le filastrocche antiche come gli sposi che si legano eternamente come una braciola legata col filo.

    Saluto Calitri ma l’aglianico ancora danza nella stanza del piacere della mia mente. Sistemato in carrozza con i miei compagni cap’ vacant’, lasciamo a terra la banda mentre il treno sferraglia verso Conza per regalare altre meraviglie al sogno.
    Franco Bassi si para davanti, dopo essere passato di orma in orma, di carrozza in carrozza, come se un segugio avesse dato la ciaccia a un galeotto, per dimostrarmi tutta la sua benevole stima per avergli regalato e fissato per sempre, nella retina, l’immagine del vero senso del quadrigliato sponzalizio. È un partigiano reggiano di Taneto. Meraviglia nella meraviglia!! È stato un reggiano, non come me arrivato a Reggio Emilia col fumo nero del treno del giorno prima che come un uccello ha aperto le ali e nel suo petto sono entrato per volare per terre lontane, che ha organizzato lo sponzalizio e che da tre decenni insegue il pumminale.

    I briganti a cavallo scortano il treno in stazione. Vinicio il pumminale imbriglia un pezzato sormontato dalla treccia di un pagliaio con una tesa che faceva da scapannizzo nelle ore assolate a molte teste chinate al saraceno mentre lo falciavano. Cairano, la Bismantova irpina rimasta nel lembo delle dimenticanze dantesche, fiera sormonta la vallata dando il benvenuto ai cavallari vincitori, almeno per oggi, sugli invasori piemontesi che calpestano orgogliosi il suolo correndo liberi dalle corde e selvaggi nel rifiutare il comando.

    Alle ore 17:20 l’assalto ha termine, si parano sotto la Trebbia del tenente Drum il cavallaro e gli ufficiali in tricolore. Il treno sembra per una volta che abbia unito l’Italia e democraticizzato tutte le classi sociali: almeno così è la preghiera che si leva da Cantalamessa che insieme a Vinicio il treno ha sognato. Un treno particolare, un treno per rivivere il silenzio e l’aspro curvare delle rotaie nel chiasso dei giovani che da oggi dovrebbero alzare la polvere e iniziare a sparare…

    Pietro Mitrione degli inlocomotivi ha pianto a Rocchetta ma pugna a Cairano i politici che potevano stare a casa guardandoli in faccia alla sua destra e difeso alle spalle dal tenente Drum carica la voce e spara la polvere accumulata in questi combattivi anni scrivendo nella testa dei presenti che dovranno essere più severi del passato per non far morire il sogno appena iniziato. Le parole di polvere vengono accese sulle lenzuola stese come a ricordare una verginità che non dovrà essere più stuprata.

    Cala la sera lenta e leziosa e Cairano perde l’ultimo raggio di sole che come il suo istrionico Pumminale hanno allietato le ore di chi è accorso al suo circo appeso al trapezio di una vita che non ha avuto il coraggio di farsi afferrare dal futuro e che con le note lievi e aspre del vino di oggi sembra aver trovato la rete per lanciarsi.
    Il treno è stato svaligiato, la polvere della terra impastata sulla lingua il vino l’ha lavata e ha iniziato a sparare ridandole sangue.

    Il pumminale tanto istrionico quanto intimamente riservato posa timido come se gli portassero via il pagliaio dal capo e lo lasciassero straniero nella terra dove è tornato per sedersi a tavola da Vito, suo padre.

    Il fischio della locomotiva sveglia la mia penna che nerva le fluide sensazioni sul taccuino secondo la vena del fiume che la muove torcendola come l’Ofanto fa attraversando silenzioso le terre della polvere curvando salendo e scendendo lungo le colline brulle e lievi della mia mente come i sette paesi dell’Olimpo che ha dimenticato.

    Salgo in carrozza al posto della pagliaia, cui anche lei affidò il suo destino e, insieme ai tre odissei ruccuatan irpini, per un giorno acquieto i miei pensieri nel corpo dell’uccello che lentamente riprende a sferragliare sballottato tra meraviglie e sorprese che, parallelamente, come le rotaie si son trovate un posto nella natura che sta frastagliando il cielo mentre si fa scuro, cullando il ritorno a casa cercando la mamma in ogni stazione come i sognatori che scendendo dal sogno riguadagnano il loro letto di spine.

    L’ultimo sapore prima di abbandonarmi è un dono di Cammasciano: formaggio con salame pane giallo e aglianico insaporiscono la mia anima augurandomi che la messa cantata dal giovane affabile bergamasco in questa giornata di gloria arrivi a Dio e non rimanga un vagito di un figlio di un dio minore soffocato nella polvere che per un giorno ha sparato.

    Ciao Cairano, ciao Vinicio il pumminale, ciao Pietro, ciao amici miei, ciao fratelli, ciao sorelle, ciao terra mia. Il filo nel cassetto aperto oggi per far volare l’aquilone, a cui si sono aggrappati i sogni di tutta questa bella gente piantata in questa bella terra, si srotolerà se qualcuno con coraggio taglierà l’ormeggio e legati tutti assieme ci leviamo nel cielo blu dove volano le cicogne.

    “Così come ero, restare non posso, quello che sono mi porto addosso”.
    Vito Feninno, poetico per concessione di Francesco De Sanctis

  22. 22 pietro mitrione 15/01/2017 alle 4:46 pm


    Un viaggio in bus lungo il percorso della tratta ferroviaria soppressa Avellino – Rocchetta S.Antonio, compiuto nella 7a giornata Nazionale delle Ferrovie Dimenticate.
    Si ringraziano: Pietro Mitrione e l’Associazione InLocoMotivi, Francesco Celli e l’Associazione Info Irpinia, Rosanna Rebulla, Giambattista Assanti, l’Amministrazione ed i residenti del Comune di Rocchetta S.Antonio, Giuliana Raffaele per le riprese nella stazione fantasma ed Antonio Siniscalchi per le basi sonore.

  23. 23 pietro mitrione 15/01/2017 alle 4:53 pm


    120* avellino Rocchetta

  24. 24 pietro mitrione 15/01/2017 alle 4:54 pm


    il sogno…anzi il 1/2 sogno realizzato

  25. 25 pietro mitrione 15/01/2017 alle 4:55 pm


    che bello il treno

  26. 26 pietro mitrione 15/01/2017 alle 4:56 pm


    come la tienni tonna la mugliera

  27. 27 pietro mitrione 15/01/2017 alle 4:58 pm


    un sogno che riparte

  28. 28 pietro mitrione 15/01/2017 alle 5:02 pm


    il pensiero del futuro

  29. 29 pietro mitrione 15/01/2017 alle 5:03 pm


    un giorno da ricordare

  30. 30 pietro mitrione 15/01/2017 alle 5:06 pm


    il treno delle 21

  31. 31 pietro mitrione 15/01/2017 alle 5:14 pm


    che ritorni il treno

  32. 32 pietro mitrione 15/01/2017 alle 5:16 pm


    transito sul ponte principe

  33. 33 pietro mitrione 15/01/2017 alle 5:19 pm


    centenario

  34. 34 pietro mitrione 15/01/2017 alle 5:26 pm


    centenario 2

  35. 35 pietro mitrione 15/01/2017 alle 5:34 pm


    riprese riapertura

  36. 36 pietro mitrione 15/01/2017 alle 5:42 pm

    arrivo a conza con sonoro

  37. 37 pietro mitrione 27/01/2017 alle 9:41 am

    L’ospite di questa nuova puntata è Pietro Mitrione, ex ferroviere e membro dell’associazione “In Loco Motivi”, che ci parla della situazione dei collegamenti ferroviari della nostra provincia

  38. 38 pietro mitrione 27/01/2017 alle 9:56 am

    http://www.rainews.it/dl/rainews/TGR/multimedia/ContentItem-11e2254c-3875-4f28-83e5-5e7729e6b0d1.html
    dal m 9 al m 10 la nostra Avellino Rocchetta

  39. 39 pietro mitrione 27/01/2017 alle 10:15 am

    L’ Aula della Camera ha approvato, in data odierna, la proposta di legge sulla trasformazione delle linee ferroviarie in disuso in ferrovie turistiche alla unanimità:
    un grande segnale di civiltà.
    Finalmente dopo anni di lavoro, impegno e tanta passione una legge riconosce la validità della lotta portata avanti dal mondo dello associazionismo. La ferrovia Ofantina e la Avellino Benevento entrano nel novero delle 18 linee ferroviarie individuate dalla legge.
    Per noi di In_loco_motivi è una enorme soddisfazione nel vedere riconosciuta alla nostra Avellino Lioni Rocchetta la sua valenza storica, paesaggistica e culturale proprio nell’anno in cui ricade il bicentenario della nascita di Francesco De Sanctis, l’uomo politico irpino che fortemente ne volle la costruzione.
    Un riconoscimento che viene sancito anche dal recente decreto da parte del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo con cui la ferrovia Avellino Rocchetta è da considerare bene di particolare interesse storico e culturale.
    Questa legge, una volta approvata definitivamente, potrà dare l’opportunità agli appassionati del turismo lento di conoscere i tantissimi luoghi tenuti lontani dai tradizionali itinerari turistici attraverso l’uso di treni storici, proprio come è accaduto questa estate scorsa con la parziale riapertura della tratta Avellino Conza in occasione dello Sponz Fest di Vinicio Capossela.

    Da oltre 10 anni anni gli amici delle tante ferrovie “dimenticate” aspettavano tale legge, la prima a provarci fu nel 2008 la sen. Anna Donati, oggi un decisivo passo è stato compiuto. L’ultimo è quello della sua approvazione al Senato che speriamo possa avvenire quanto prima.
    La nostra Associazione, in_loco_motivi, ringrazia tutta la deputazione irpina, in particolare l’on. Luigi Famiglietti, la stampa e i tanti amici che hanno accompagnato il nostro percorso per non far morire la nostra Avellino Rocchetta.
    Spetta ora alla regione Campania dare continuità al suo impegno per la riattivazione della intera tratta…
    La battaglia continua.
    Pietro Mitrione

  40. 40 pietro mitrione 02/02/2017 alle 6:01 pm


    dal m 14 al m 25 il Cascone pensiero sulla ferrovia i irpinia

  41. 41 pietro mitrione 06/02/2017 alle 1:10 pm

    http://www.newsly.it/irpinia-dal-drone-video
    Un eccellente biglietto da visita per scoprire l’Irpinia nei suoi dettagli con delle immagini mai viste prima.
    Ma anche il rimpianto per non vedere valorizzata così tanta bellezza.

  42. 42 pietro mitrione 08/02/2017 alle 4:45 pm

    https://t.co/6vgDdErcX8
    La bonifica dell’isochimica di Avellino faccia da traino alla riattivazione della stazione ferroviaria.
    Se rivive la stazione rivive il quartiere di Borgo ferrovia
    Per i tanti che non ci sono più a causa di questa tragedia causata dall’amianto
    Per quegli operai che hanno combattuto e che continuano a combattere contro i tanti silenzi

  43. 43 pietro mitrione 14/02/2017 alle 10:31 am

    http://www.napoli1943.com/
    set cinematografico su ponte principe

  44. 44 pietro mitrione 07/03/2017 alle 9:51 pm

    “………venga la ferrovia, e in piccol numero d’anni si farà il lavoro di secoli.” F. De Sanctis

    Nell’indifferenza quasi totale di Istituzioni Locali, Sindacali e Politiche negli ultimi due anni le ferrovie dello Stato hanno provveduto al completo rinnovo di circa 50 Km di linea ferroviaria. Un complesso gli investimenti che supera i 30 milioni di euro.
    In una città dove regna il primato delle opere pubbliche incompiute passare dall’ arcaico al postmoderno ferroviario in pochi mesi dovrebbe essere considerato quasi un miracolo per l’avvenire del sistema di trasporti per Avellino e per la sua provincia.
    Per anni abbiamo assistito alla lenta ma inesorabile cancellazione della nostra Irpinia dalla geografia ferroviaria italiana, prima con la sospensione della ferrovia Avellino Lioni Rocchetta poi con la totale ed assurda chiusura della stazione ferroviaria del capoluogo irpino per poi ripiegare su di un servizio ridotto ai minimi termini che continua a negare collegamenti diretti con Napoli.
    La mancanza di cultura ferroviaria nel nostro Paese ed in particolare nel Mezzogiorno d’Italia ha fatto decidere per diverse scelte nel campo della mobilità delle persone e delle merci ignorando che un quartiere, un territorio, una città possono rinascere con il potenziamento della rete ferroviaria anche con la semplice sostituzione di vecchie traversine ferroviarie!
    Lo stesso è accaduto con l’attivazione del raccordo merci di Pianodardine del 2016 una realizzazione ultimata dopo circa venti anni che resta nel vuoto nonostante la felice intuizione dell’ex presidente degli industriali irpini di potersene avvalere.
    L’indifferenza dell’ASI e la volontà di FCA di far viaggiare i motori su gomma hanno di fatto ignorato questa opportunità per il trasporto merci per cui assistiamo a movimentazione di tir che costituiscono un pericolo nel piazzale antistante lo stabilimento FCA.
    Una nuova qualità della vita ed una completa presa di coscienza ambientale passano dallo sviluppo del sistema ferroviario.
    Per questo sarebbe bello se tutti fossero consapevoli della importanza dei lavori compiuti nella stazione fs di Avellino.
    Sono state sostituite rotaie e traverse in legno da Avellino a Salerno sperando che si completi il tratto mancante fino a Benevento.
    Ad Avellino è stata rifatta l’intera stazione per cui una parte della stazione può essere restituita alla città per usi sociali nel quartiere ed il giorno 11 marzo verrà attivato un Apparato Centrale innovativo per la regolazione della circolazione in sicurezza.
    Questo comporta che già dall’11 marzo, se si volesse, si potrebbero istituire servizi su ferro concorrenziali per tempi di percorrenza con la gomma (circa 40 minuti per Salerno e 70 minuti per Napoli), in attesa dell’inizio dei lavori di elettrificazione della intera tratta Salerno-Avellino-Benevento come previsto dalla Regione Campania che ha impegnato circa 230 mln di euro per questa opera
    Spetta, ora, ai decisori politici locali e regionali appropriarsi di queste nuove opportunità per far uscire dall’isolamento che caratterizza il trasporto su ferro in Irpinia.
    Integrare ferro e gomma diventa un imperativo in attesa della costruzione della linea ad Alta Capacità (Roma) Napoli-Bari. Ulteriori ritardi o incomprensioni si pagheranno nel prossimo futuro.
    Per noi della Associazione in_loco_motivi la data dell’11 marzo è l’inizio per invertire le scelte fin qui operate per le ferrovie irpine nel cui contesto “brilla” il riconoscimento di ferrovia turistica per la storica Avellino Lioni Rocchetta la cui costruzione fu voluta dal nostro illustre scrittore e politico irpino Francesco De Sanctis.
    Da questa citazione storica ritorna prepotentemente attuale il monito del grande “don Ciccillo” di cui quest’anno ricorre il bicentenario della sua nascita, che scriveva nel suo libro ”UN VIAGGIO ELETTORALE” : Tutto si trasforma, e qui la trasformazione è lenta. Si animi Monticchio, venga la ferrovia, e in piccol numero d’anni si farà il lavoro di secoli.
    Una intuizione che solo un politico illuminato poteva avanzare oltre 120 anni fa. Ora come allora la ferrovia, comprese quelle dimenticate, possono fare il lavoro di secoli.
    Classe dirigente permettendo!

  45. 45 avellinorocchetta 11/03/2017 alle 6:09 pm

  46. 46 avellinorocchetta 11/03/2017 alle 6:10 pm

    https://t.co/2jHNaVeL5X

  47. 47 avellinorocchetta 11/03/2017 alle 6:13 pm

    http://www.irpiniatv.it/notice_detail.php/stazione-avellino-tutti-in-carrozza-si-riparte/13264/

  48. 48 avellinorocchetta 16/03/2017 alle 9:32 am

    AVELLINO-ROCCHETTA: NON È PIÙ IL TRENO DEI DESIDERI IMPOSSIBILI
    Buongiorno, Irpinia.
    Fulvio Bonavitacola, come si sa, è il Vicegovernatore della Campania con delega all’Ambiente.
    Non sappiamo quanto c’entrino le sue origini irpine (Montella per l’esattezza), fatto è che grazie a lui sta per diventare finalmente progetto l’idea del rilancio in chiave turistica della tratta ferroviaria Avellino-Rocchetta Sant’Antonio.
    E’ un obiettivo non molto facile da realizzare ma, vivaddio, dopo tante parole si comincia a fare sul serio: grazie all’impegno di tanta gente irpina, ma grazie soprattutto all’ex capostazione Pietro Mitrione, che ne ha fatto la grande battaglia della sua vita; e a Vinicio Capossela, che ci ha messo il prestigio del suo nome per sottoscrivere la bontà dell’iniziativa.
    Invero, all’origine, si era pensato al ripristino della vecchia linea ferroviaria solo con un vago accenno alla possibilità di utilizzarla per fini turistici. Bonavitacola è entrato nel cuore della questione: ha senso investire un bel po’ di soldi pubblici se ne otteniamo una effettiva ricaduta di sviluppo del territorio. Come? Utilizzando un pezzo di storia vera, che peraltro mantiene una sua fisicità, cioè la tratta ferroviaria, e valorizzando tutte le tipicità enogastronomiche e culturali del territorio attraversato dai binari. Tante “stazioni” lungo il percorso Avellino-Rocchetta e ad ogni fermata l’offerta turistica di un “prodotto”: dai vini eccellenti di Taurasi, Castelvetere e Montemarano ai salumi, ai formaggi e altre prelibatezze locali; dai castelli alle chiese, dall’originale varietà di altri beni monumentali agli scavi archeologici, fino al racconto di un patrimonio naturale che non ha nulla da invidiare, se non la cura che altrove vi è stata dedicata, alle colline e alle valli dell’Umbria e della Toscana.
    L’iter individuato da Bonavitacola è rigorosamente rispettoso delle istanze del territorio. Ai sindaci dei comuni attraversati verrà chiesta “l’idea locale” che intendono valorizzare. Un riferimento istituzionale della Regione si incaricherà di coordinare le diverse proposte per comporre il mosaico compatibile dell’offerta finale. Tempi assolutamente brevi e certi per i progetti dei comuni. E, soprattutto, tolleranza zero verso ogni tentazione campanilistica. Insomma, si lavora tutti per un obiettivo comune.
    Può funzionare? Nelle prossime settimane se ne saprà di più. Intanto, nel deserto di pensiero della politica irpina, non è affatto azzardato scommettere un po’ di ottimismo sul treno dei desideri possibili.
    http://www.francogenzale.it/Avellino-Rocchetta-non-e-piu-il-treno-dei-desideri-impossibili?annee=2017&mois=03

  49. 49 avellinorocchetta 17/03/2017 alle 9:31 am

    http://www.irpiniatv.it/notice_detail.php/speciale-itv-la-stazione-del-futuro/13297/
    il dibattito di irpinia tv sulla ferrovia in Irpinia

  50. 50 avellinorocchetta 17/03/2017 alle 9:32 am

    http://www.irpiniatv.it/notice_detail.php/vignola-ora-una-linea-ferroviaria-con-napoli/13272/
    Vignola sindaco di Solofra

  51. 51 avellinorocchetta 17/03/2017 alle 9:33 am

    http://www.irpiniatv.it/notice_detail.php/treni-bianchino-scrive-alla-regione-ora-collegamento-con-napoli/13287/
    Bianchino sindaco di Montoro

  52. 52 avellinorocchetta 17/03/2017 alle 5:15 pm

    http://www.irpiniatv.it/notice_detail.php/trasporti-la-regione-pronta-alla-rivoluzione-piu-treni-meno-pullman/13314/
    Parla Cascone

  53. 53 avellinorocchetta 18/03/2017 alle 5:35 pm

    http://www.francogenzale.it/Francesco-Celli-ci-accompagna-nel-treno-della-Bella-Irpinia?annee=2017&mois=03 primo piano
    Genzale
    Celli
    Giordano

  54. 54 avellinorocchetta 18/03/2017 alle 5:37 pm

    http://www.francogenzale.it/Francesco-Celli-ci-accompagna-nel-treno-della-Bella-Irpinia?annee=2017&mois=03
    Francesco e la ferrovia

  55. 55 avellinorocchetta 18/03/2017 alle 5:38 pm


    Francesco e la ferrovia

  56. 56 avellinorocchetta 19/03/2017 alle 4:44 pm

    in Irpinia
    Storia di vita sulla ferrovia Avellino Rocchetta
    ……..”Il fascino caratteristico delle piccole stazioni e dei caselli della Rete Italiana di un tempo: minuscole comunità, spesso isolate, costituite quasi sempre dal ferroviere titolare e da un suo eventuale aiutante, e dalle loro famiglie … un mondo ormai perduto per sempre, con le tante piccole storie legate ad una vita semplice ed autonoma, lontano com’erano queste persone da ogni possibile contatto con la società ed un più comodo modo di vita.
    Oggi, tre le mura sbrecciate di quegli edifici, restano ancora a ricordarlo anche i vecchi pozzi per l’acqua potabile, il forno a legna per la cottura del pane … le “monachine” addossate al fabbricato principale.”
    CS O. Mori
    Di seguito un ricordo di quella vita vissuta in un casello della ferrovia Avellino Rocchetta
    Mio nonno materno Bicchetti Felice, proveniva da Nusco ed incominciò a lavorare sulla linea Avellino – Rocchetta quale addetto nella squadra « Rialzo». A quell’epoca, si trattava di sollevare le rotaie con pesantissime leve per mettere la breccia sotto le rotaie.
    Suo nipote, Michele Bicchetti, è stato il responsabile del Tronco Lavori a Lioni (AV) fino agli anni 90.
    In seguito, mio nonno Felice, fu trasferito come casellante (guardiano di passaggio a livello) al casello km 4+900 sito tra Avellino e Salza Irpina, a 4 km di distanza dalla stazione di Avellino, unitamente alla moglie ed è lì che ho vissuto per diversi anni.
    Negli anni 60, anche la figlia BICCHETTI Elvira, mia zia, che compirà 80 anni il 30 marzo 2017, fu assunta in FS per coprire il posto da casellante.
    Il casello ferroviario aveva solo 2 stanze dislocate su 2 piani. Le stanze, ampie, avevano una metratura di circa 11 mt per 6. Al secondo piano si dormiva, mentre al primo piano si trascorreva la normale vita quotidiana. C’era una fornace in muratura con al centro un caminetto e ai lati due spazi da poter mettere le caldaie per l’acqua. Non vi erano riscaldamenti. D’inverno faceva freddo : il casello si trovava penso a 500 mt d’altezza s.l.m., nevicava spesso. All’epoca ci si riscaldava con i bracieri. Li portavamo alla stanza superiore e venivano posti al centro della camera. Non vi erano servizi igienici ne corrente elettrica, nonostante ciò riuscivamo a vivere con dignità!
    Ci illuminavamo con un lampada a carburo : si mettevano 2 pietre di carburo sul fondo della lampada e sopra acqua. L’acqua cadeva a gocce sul carburo provocando un fumo che passando in un tubo della lampada finiva nel suo becco strettissimo : è lì che usciva la fiammella per farci luce. La lampada era circa 65% più luminosa di una candela di cera e molto molto più chiara. Il casello ferroviario era anche provvisto all’esterno di un forno a legna, il tutto di proprietà delle FF.SS.
    Andavamo spesso alla stazione di Salza Irpina a piedi, camminando sulle rotaie con un bastone per mantenere l’equilibrio, come anche quando andavo a scuola nella contrada Cerzete, arrivavo ad un’altro casello ( forse era il km3 +031) li, lasciavo la strada ferrata dopo aver percorso un km sempre camminando con equilibrio su una rotaia per immettermi su una strada di campagna che mi portava alla scuola.
    Mi ricordo ancora la frase di mia zia che ogni mattino comunicava al telefono( utilizabile solo per la ferrovia ) : « dalle ore … assumo servizio Bicchetti Elvira… » e successivamente scriveva l’ora esatta su un registro fornito dalle F.S. alle 9,00 e alle 17,00 su indicazione del Dirigente Unico, funzionario delle FS che regolava la circolazione dei treni dalla sala operativa sita in Avellino. Era un sistema di esercizio chiamato « DIRIGENZA UNICA » adatto per le linee a scarso traffico.
    Ricordo ancora certi nomi dei collaboratori della AV – RO ( mia zia ne parlava con mio nonno) come: Pistolesi, Della Sala, Santaniello, Speranza, Greco…
    La linea ferroviaria era controllata periodicamente dal Sorvegliante (impiegato superiore delle FF.SS.) : controllava se tutto era a posto e c’era sempre un po di paura al suo arrivo, in quanto il rapporto di lavoro che legava questi operatori era molto precario. Bastava anche una piccola irregolarità e si correva il rischio di non continuare a lavorare in FS.
    La nostra vita quotidiana al casello di Km. 4 era tutta basata sul passaggio dei treni. Quando i treni (allora venivano chiamate littorine) erano in ritardo il casellante (mia zia) si metteva in contatto telefonico con altri caselli per capire la posizione del treno per poi prepararsi alla chiusura di n. 2 passaggi a livelli, la chiusura veniva eseguita a manovella. L’attenzione maggiore a telefono era quando a volte dovevano transitare treni non previsti negli orari giornalieri, i cosiddetti «treni straordinari».
    I casellanti, per lo svolgimento delle proprie funzioni, avevano in dotazione anche una tromba, una bandiera rossa e dei pedardi. Quest’ultimi venivano posti sulle rotaie in caso di problemi sulla linea ferroviaria tipo : frane improvvise, animali deceduti, incendi lungo le cunette, ecc. I pedardi venivano posti sulla rotaia di notte ad una distanza di circa 30 cm l’uno dall’altro. La Littorina nel passaggio faceva scoppiare i pedardi che dava l’allarme al macchinista il quale fermava immediatamente il treno constatando lo stato di pericolo anche attraverso la posizione della bandiera rossa apposta a pochi metri più avanti.
    La mia gioia più grande da bambino era quando arrivava il treno merci con la locomativa a vapore e si fermava al casello per scaricare l’acqua nel pozzo con relativa cisterna per la sussistenza familiare. Proveniva sempre da Salza quindi in pendenza. Quando il treno era fermo si collegava un tubo al vagone-cisterna per scaricare quindi l’acqua. Quella riserva d’acqua sarebbe stata sufficiente per circa 30/40 giorni, dunque stagnava e perdeva tutte le condizioni igieniche e di purezza (nonostante ciò siamo sopravvisuti a tutte queste criticità).
    Tra Lapio e Montemiletto la littorina attraversava un ponte di ferro molto alto e a quei tempi un opera di alta ingegneria. Quando lo attraversavo nel treno provavo una grande paura a causa delle vertigini. Era « ponte principe » così chiamato per la sua maestosità.
    Mia zia Elvira ha vissuto e lavorato anche al casello di Km 18 dopo la stazione di Montemiletto (dove tanti anni fa avvenne anche un incidente: una delle due littorine usci dai binari e finì in un burrone, fortunatamente senza morti.
    Con l’ammodernamento della Avellino Rocchetta tutti i passaggi a livello furono automatizzati e, conseguentemente, tutto il personale addetto fu utilizzato diversamente per cui mia zia fu trasferita (al Km. 39) della linea Mercato San Severino – Codola dove terminò l’attività di ferroviere.
    Ricordare questi episodi è un modo per far conoscere una parte del mondo del lavoro che si svolgeva sulla ferrovia Avellino Rocchetta.
    Ai tanti che vi hanno lavorato va il riconoscimento per i sacrifici e i disagi che hanno patito in particolare per quelle persone che in caselli o stazioni sperdute della nostra Irpinia hanno onorato il lavoro di ferroviere.
    Auguri Zia Elvira da parte di tutti quelli che non dimenticano il valore del lavoro dei ferrovieri.
    DEL SORDO Antonio

  57. 57 avellinorocchetta 01/04/2017 alle 8:58 pm


    il Presidente Mattarella visita Pietrarsa

  58. 58 avellinorocchetta 01/04/2017 alle 9:51 pm

    “In assenza di idonei interventi finanziari da parte degli enti pubblici direttamente interessati, appare sufficientemente chiaro come non sussistano le condizioni per la riattivazione dell’Avellino-Rocchetta Sant’Antonio, dovendosi escludere che sia RFI a dover farsi carico di oneri disarmonici rispetto al grado di utilizzo –e quindi al beneficio- atteso.” (Mauro Moretti, Amministratore Delegato di Ferrovie dello Stato Italiane, qui)

    http://www.spaziarendere.it/spaziarendere/index.php/spazi-resi/10-spazi-resi/stazioni/13-stazione-di-calitri

    L’Irpinia se la sono mangiata, l’hanno rivoltata come un calzino, le hanno estirpato radici, germogli, boccioli. Son rimaste i sassi e i ceppi svelti dal terreno in attesa che qualcuno li pulisca dalla terra, li tagli e ne faccia almeno legna da ardere per i prossimi inverni.

    La chiusura della ferrovia Avellino-Rocchetta Sant’Antonio è uno di questi ceppi. Il viaggio elettorale di De Sanctis ci aveva accompagnato per mano nei paesaggi attraversati da questa ferrovia, che da Avellino si immergeva nel verde e nel biondo dell’Alta Irpinia per poi giungere al confine pugliese. Una ferrovia “minore”, una tratta interna che ha fatto viaggiare famiglie quando allora era impossibile comprare un auto o quando non c’era ancora l’Ofantina, che ha colmato gli occhi degli adolescenti con la visione del grano, della boscaglia, del borgo arroccato. Una ferrovia che ha fatto conoscere Castelvetere, Conza, Aquilonia, Monteverde; qualcuno poteva prendere un treno e godersi il panorama, arrivare ad Avellino e fare una passeggiata, una visita medica, poteva sbrigare faccende.

    La vicenda della chiusura della linea non è solo una questione dell’entroterra irpino, che è ormai un ramo secco della ferrovia italiana. Né è solo una questione di Avellino, capoluogo di provincia che a stento è riuscito a mantenere, col contagocce, minimi collegamenti su ferro con Benevento e Salerno. Avellino schiava del trasporto su gomma, volutamente isolatasi dalla rete ferroviaria italiana con una stazione mai ben collegata, ma almeno esistente come “servizio pubblico”.

    E’ una questione di questa Campania napolicentrica, che hai voglia di scrivere che ha bisogno di nuove assi di sviluppo, di pianificazione strategica, di turismo panacea delle aree interne e di vabbè-qualcosa-domani-inventeremo, ma alla fine la pappa resta a Napoli, bacino collettore di sogni, speranze e denaro pubblico sperperato. Che poi questa diatriba con Napoli non è che faccia piacere, se l’Irpinia piange Napoli non ride (e di cose avrebbe da ridere, di grazia?), ma la verità è che come si può pensare che l’istituzione regionale dia retta a noi pecorari, quando lì sotto al Vesuvio hai giusto un problemino da risolvere?

    E’ una questione irpina e campana, si diceva, ma è anche una questione nazionale, di rami secchi ferroviari tagliati, di piccole tratte che vengono cancellate perché il ritorno economico non c’è, perché con quei soldi si guarda al veloce, al futuro, alla TAV, alla necessità di essere comunque e dovunque, a discapito di territori e di vite. Togliendo il diritto di viaggiare a chi non abita nei grandi centri urbani, a chi può investire il proprio denaro solo su treni più lenti, magari dai servizi più scadenti, con l’obiettivo però di giungere a destinazione. E ciò che è accaduto all’Avellino Rocchetta è il sentore di ciò che accade sempre più recentemente, con la soppressione dei treni dei pendolari che fanno spola giornaliera tra l’hinterland e Roma, Milano, Torino. La soppressione di corse a breve e media percorrenza in alcuni orari costringe i treni a ospitare più passeggeri. Li vedi incastrati come cassette di pomodori in agosto sui tir, madidi di sudore, sbilenchi nel loro aggrapparsi a maniglie anticaduta, dall’imprecazione facile agli scatti d’ira ancor più facili.

    Abbiamo chiesto maggiori informazioni a Pietro Mitrione, ex ferroviere e rappresentante dell’Associazione In Loco Motivi, che da tempo si batte per portare attenzione sulla questione dell’Avellino- Rocchetta.

    Buongiorno Pietro, ci introduce brevemente le motivazioni della chiusura della linea ferroviaria Avellino- Rocchetta Sant’Antonio?

    Dal 13 dicembre 2010 la storica ferrovia Ofantina, su decisione inopinata della Regione Campania è “sospesa”. A nulla è valsa una delle concrete esperienze di promozione territoriale dal basso e senza fondi pubblici che ha visto letteralmente rinascere a nuova vita il treno sulla più antica tratta irpina, come mezzo a servizio del turismo e della conoscenza del territorio. Questa nostra idea di far conoscere la nostra Irpinia in treno ha tracciato un solco profondo e fertile nell’arido terreno sotto i piedi dei decisori politici e delle realtà istituzionali irpine. Spetta ad essi ricredersi delle scelte operate.

    Può descriverci brevemente cosa è la linea ferroviaria Avellino- Rocchetta?

    Questa tratta fu inaugurata il 27 ottobre del 1895. E’ lunga circa 120 km e attraversa tutto l’Appennino campano toccando tre regioni. Fu voluta fortemente da Francesco de Sanctis e contribuì a migliorare le condizioni di vita della popolazione irpina, in particolare quella dell’alta Irpinia. La sua tipicità di essere una ferrovia di montagna non ha consentito, pertanto, lo svilupparsi di grossi traffici. La sua esistenza è stata per questo motivo sempre tribolata. Una grande opportunità per un suo sviluppo fu il dopo terremoto dell’80 allorquando furono costruiti numerosi insediamenti industriali lungo la ferrovia. Si pensò a costruire solo strade senza nessuna programmazione di potenziamento di questa ferrovia. Da quell’evento terribile per la nostra Irpinia lentamente i servizi ferroviari furono ridotti fino a giungere alla sua “sospensione” del dicembre 2010 nonostante il successo che il treno irpino del paesaggio aveva riscontrato con le iniziative turistiche attivate. Circa 3000 persone in venti viaggi! Poteva e doveva essere un incentivo a continuare, invece niente. Altrove i treni di montagna diventano opportunità turistiche, da noi si chiude. La linea ferroviaria Avellino Rocchetta può avere un nuovo significato come infrastruttura anche a servizio del turismo, capace di veicolare fruitori – anche provenienti da oltre provincia – nelle qualità paesaggistiche, naturalistiche, culturali, enogastronomiche dell’Irpinia sud-orientale. Su queste considerazioni noi andiamo avanti convinti delle nostre ragioni.

    Quando e perché è stata chiusa?

    La tratta è stata chiusa a decorrere dal 13 dicembre 2010 a seguito della decisone adottata dalla Regione Campania di tagliare i fondi per il trasporto pubblico locale.

    Quali sono le responsabilità istituzionali a fronte della chiusura?

    Le responsabilità sono prevalentemente della Provincia di Avellino che non si è dotata di un moderno Piano dei Trasporti Provinciale, per cui le scelte “napolicentriche” ricadono sul nostro territorio senza nessuna preventiva informazione.

    La sua chiusura è sbagliata?

    A nostro avviso, senza partigianeria, questa scelta è di scarsa lungimiranza politica in quanto questa tratta attraversa sette nuclei industriali, di cui uno raccordato alla ferrovia. Inoltre, il notevole spessore paesaggistico potrebbe consentire a questa ferrovia di montagna di diventare una valida opportunità di attrattore turistico.

    Cosa comporta l’assenza di una ferrovia per il territorio irpino?

    L’impossibilità per la nostra Irpinia di agganciarsi alla rete ferroviaria nazionale, tale da impedirgli la fruizione delle prossime realizzazioni di grandi infrastrutture su ferro quale l’alta capacità e l’alta velocità.

    Recentemente è stata proposta una green way sul tracciato della linea chiusa. Quali sono le sue opinioni in merito?

    Il treno è già una green way per cui non c’è la necessità di trasformare il tracciato della ferrovia in pista ciclabile. Questa linea opportunamente ristrutturata in tempi brevi può ritrovare nuova vita con un suo utilizzo a fini turistici e commerciali. Occorre una inversione di tendenza: una cura di ferro in tutta l’Italia.

    Cosa si può fare, oggi, di questa ferrovia?

    Innanzitutto amarla, quindi conoscerla, ed avere il coraggio di ritenerla una infrastruttura non marginale e di conseguenza proporre soluzioni com’è accaduto in Basilicata di investire 200 ml di euro per ristrutturare una analoga ferrovia la Potenza-Foggia.

    Riaprire la ferrovia è davvero antieconomico, come l’ottica sempre più aziendalista della cosa pubblica ci propone?

    Dipende cosa significa antieconomicità di una scelta. Se significa solo rapporto costi/ricavi non c’è spazio non solo per la ferrovia ma per tutti i servizi pubblici resi in un territorio come l’Irpinia. A mio avviso dovremmo riferirci alla logica dei costi/benefici nel caso nostro innanzitutto integrazione ferro/gomma.

    Gli appassionati e coloro che volessero approfondire la questione a chi possono rivolgersi?

    https://avellinorocchetta.wordpress.com

    https://www.facebook.com/groups/172263226153182/?fref=ts

    pietro.mitrione@tin.it

    https://www.facebook.com/pietro.mitrione

  59. 59 avellinorocchetta 04/04/2017 alle 3:17 pm

    http://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/vinicio-capossela-il-treno-il-video-che-chiude-l-album-canzoni-della-cupa/272186/272688
    binari senza tempo

  60. 60 avellinorocchetta 09/04/2017 alle 4:06 pm


    IX giornata nazionale delle ferrovie NON dimenticate 2016
    Campo di Nusco

  61. 61 avellinorocchetta 16/04/2017 alle 8:11 pm

    POESIA DI UNA LINEA FERROVIARIA “SECONDARIA” …
    AVELLINO- ROCCHETTA S.A.
    Tutta la Poesia delle nostre linee minori
    è riassunta in questa apparentemente semplice foto,
    priva perfino del treno …
    ma con tutte le caratteristiche delle nostre “secondarie”:
    un semplice binario,
    un casello adibito anche a Fermata,
    un piccolo verzò di uva …
    e qualche vaso con varie piantine, a testimoniare una gentile presenza femminile anche in questi piccoli avamposti,
    sperduti in mezzo all’Appennino !


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