4 Responses to “”


  1. 1 Pietro Mitrione 08/01/2013 alle 5:05 pm
    Avellino_Rocchetta_DSCF963811_12_2010

    le nostre iniziative

  2. 2 pietro mitrione 17/05/2013 alle 1:28 pm

    “Ultima fermata” il film con Claudia Cardinale e Sergio Assisi dedicato alla ferrovia Avellino Rocchetta e diretto da G. Assanti. Queste le prime ripresehttps://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=GMCqlpbW13o

  3. 3 pietro mitrione 17/05/2013 alle 1:28 pm

  4. 4 pietro mitrione 24/01/2014 alle 5:27 pm

    Avellino, l’Italia che ha ucciso i treni e i sogni

    binariomortoVIAGGIO SULLA STRADA FERRATA NATA NEL 1892 PER PORTARE GLI IRPINI ALLA STAZIONE DI ROCCHETTA SANT’ANTONIO: LUOGO DELLE SPERANZE DA DOVE PARTIVANO I CONVOGLI “ESPRESSO ” PER TORINO, MILANO E PER LA GERMANIA DAL DICEMBRE 2010 QUEI 119 KM NON VENGONO PIÙ PERCORSI: ORMAI È SOLO DESERTO
    Se puoi, se ti va bene, tra le sette e le dieci del mattino trovi il treno. Se ritardi torni a casa e aspetti. Perché intorno alle 14 ripassa una locomotiva ma alle 18 finisce ogni ansia, ogni movimento. D’altronde è corretto: quasi tutti i treni sono stati soppressi.
    Tenere aperta un intero giorno la stazione di Avellino a cosa serve? E soprattutto: a chi? L’Italia sprecona, che ha consumato ogni pudore dirottando verso tasche bucate miliardi di euro, solo con la ferrovia ha avuto la mano di ferro. In mezzo secolo sono stati dismessi circa seimila chilometri di binari, solo negli ultimi vent’anni un supplemento di qualche centinaia di tratte sono state destinate alla ruggine e alle erbacce.
    Il treno costa e non passa più. Non sostenibile economicamente. Troppo pesante il salasso delle casse pubbliche, troppo oneroso tenere aperta una strada ferrata, specie se corre tra le montagne. Adesso ci sono le strade (e ponti, viadotti, assi attrezzati) e i bus. E tutti oggi hanno l’auto. Chi vuole parte. All’ora che gli piace, quando gli fa comodo. Veloce, sicuro, tranquillo.
    È così? Siamo proprio sicuri che sia così?
    Allora partiamo. Partiamo dal punto più debole dell’Italia, dall’osso del Sud, come scriveva Manlio Rossi Doria, dalle montagne irpine lungo il tragitto che da ovest spostava i contadini verso est, gli operai verso nord, i malati verso la speranza di un ospedale decente, di una cura possibile. La Avellino-Rocchetta, completata tra il 1892 e il 1895, era il treno dei sogni, delle speranze, del lavoro. Era il treno di chi partiva: “Rocchetta era l’alba, il punto di non ritorno, la nuova frontiera di una vita finalmente felice. Chi cercava lavoro, a Torino, a Milano, in Germania, sapeva che a Rocchetta doveva andare. Lì intercettava le linee veloci, i treni “espresso”. “Quanti pianti ci siamo fatti, quanti abbracci alla stazione di Rocchetta. E quanti ritorni!”. Le lacrime, sì. Pietro Mitrione, una vita nelle ferrovie, ricorda la tratta della speranza e della disperazione, della fatica e della salute. Chi partiva per curarsi e chi tornava dalla cura. Chi partiva per il lavoro e chi tornava per la pensione. Oggi non esiste nulla più, solo la finzione. I binari sono rimasti, i treni se ne sono andati per sempre. Trent’anni dopo, e con qualche centinaio di miliardi di euro spesi, si parte per gli stessi motivi: la salute, perché gli ospedali stanno chiudendo, non sono attrezzati, non ispirano fiducia e quelli del nord sono migliori. Per il lavoro, perché la vita nelle montagne è rinsecchita ancora, l’osso si è fatto pietra e se non ti muovi non esisti. L’altrove resta il nostro destino. Ieri come oggi.
    Quell’assurdo parco giochi già chiuso per abbandono
    La ferrovia per Rocchetta – dismessa il 12 dicembre 2010 – è il monumentale documento di un viaggio mancato ma anche dello spreco, dell’irragionevolezza, della mancanza di idee e della assoluta mediocrità di una classe di governo che sta facendo affogare l’Italia come un barcone di migranti.
    A quaranta chilometri da Avellino inizia l’area metropolitana di Napoli. Lì si ammassano tutti. Tutti sulla sponda del mare, tutti verso Napoli. La più alta concentrazione demografica è sulla costa. Lì si muore perché gli ospedali affogano sotto il peso dell’emergenza. Qui si muore perché gli ospedali sono vuoti. E se sono vuoti risulta insopportabile il loro costo. E dunque chiudono. Lì non si trova casa. Qui sono stati costruiti quattrocentomila vani in più del necessario, il cosiddetto ristoro della ricostruzione seguita al sisma del 1980. Lì le case si alzano fin dentro la bocca del Vesuvio, e si decide addirittura per legge, la cosiddetta VesuVia, di finanziare i traslochi e gli abbattimenti. Qui le case aspettano da anni un inquilino. Rimaste vedove, si sgretolano da sole, muoiono senza che nessuno le abbia mai per un solo giorno abitate. Il declino è costante e visibile. Ogni anno una lesione in più, un pezzo di intonaco che si stacca, una ringhiera che si arruginisce. Lì, sulla costa, la pressione demografica è tale che l’immondizia non è possibile stoccarla. Occorre sigillare sui treni (i cosiddetti “treni della monnezza”) il surplus di rifiuti prodotti e mandarli nell’Europa del Nord. Pagando il tragitto e il disturbo naturalmente. La crisi dei rifiuti è endemica e irrisolta: finora Napoli da sola ha inghiottito, nel turbinìo di opere vuote e inconcludenti che si sono succedute, sette miliardi di euro. Resta in piedi un termovalorizzatore, quello di Acerra, che brucia a singhiozzo, e per il resto è quasi tutto identico a prima. Qui, nelle aree interne, gli spazi sono ampi, la vista è nuda, le possibilità di ingegnarsi ci sarebbero, anche di resistere se solo la vita fosse resa più facile, più logica, più comoda. Crisi endemiche sul fronte mare per sovrappopolamento. Non trovi un letto in ospedale, se sei fortunato una barella al pronto soccorso. Crisi endemiche nelle aree interne per spopolamento. Gli ospedali a bassa intensità non reggono il regime del rapporto costi-benefici. Si svuotano le corsie, si chiudono i reparti. Chi vuol farsi curare deve partire.
    Bastava tenere ferma la congiunzione mare-monti per rendere più equilibrata la navigazione del barcone. La ferrovia serviva a questo. Trasportare da ovest verso est, rendere possibile la vita nei paesi e il lavoro in città con uno spostamento celere ed economico. Invece eccoci qua, ad ammirare la ferrovia chiusa.
    Giungiamo sul Ponte Principe, siamo a Lapìo, terra di grandi vini: il Fiano, il Taurasi, l’Aglianico. È un’opera magnifica, sembra la Torre Eiffel adagiata su un piano nell’atto di addormentarsi. Intatta, maestosa. E vuota. Doveva traghettare speranze, rimane un segno all’orizzonte, un filo che lega due montagne. Sotto la torre abita Anila Haxhiraj. Fuggì dall’Albania vent’anni fa, come migliaia di connazionali. Ha trovato qui, sotto questo ponte la vita, l’America. Un futuro, una famiglia: “Coltiviamo la terra, abbiamo aperto un b&b. Mi trovo bene, ho una vita felice e anche tanti impegni. Mi sono persino candidata alle ultime elezioni municipali. Abbiamo perso però”.
    I binari avanzano verso San Mango sul Calore, che è il punto del disonore. Qui il Sud ha perso la dignità, lo Stato ogni prudenza e tutela. Qui il nord ha saccheggiato le provvidenze, e i meridionali hanno fatto da palo. Collusi o felicemente ignavi del sacco.
    La ferrovia doveva condurre le merci e il lavoro nell’area industriale di San Mango, nuova di zecca. Miliardi (di lire) impegnati per realizzare fabbriche, contributi a fondo perduto, compresi nelle provvidenze della legge sulla ricostruzione dal terremoto del 1980. Ecco i binari. Entrano ed escono dalle fabbriche. Vuoti i primi, cadenti le seconde. Sembra una zona di morte, è un maestoso monumento allo spreco. Imprenditori falsi che hanno corrotto, funzionari che si sono fatti corrompere, soldi finiti nel nulla. Dovevano esserci aziende meccaniche, altre di trasformazione. Niente, solo scempio.
    Un’azienda, la Dragon Sud, che aveva ottenuto i contributi per impiantare un’attività di carpenteria metallica e trattamento dei rifiuti, trasforma lo stabilimento ricevuto dallo Stato in un parco giochi. Davvero: un parco giochi nell’area industriale!
    Un giudice della Corte dei conti, Maria Teresa Polito, non crede all’idea. Le sembra uno scherzo, un pesce d’aprile. Manda i finanzieri a controllare. Scriverà nella sentenza, afflitta e incredula: “Dall’accertamento diretto nell’area si è constatata l’effettiva trasformazione dello stabilimento in parco divertimenti, attualmente chiuso e in avanzato stato di abbandono”.
    Conza, il borgo antico ”regalato” ai richiedenti asilo
    Solo saccheggio. I treni costano, e invece quest’area industriale? Cos’è lo spreco, chi rende conto dello spreco e, soprattutto, chi lo paga? È in attività solo la Zuegg, fa le marmellate. Sede principale nell’Alto Adige. Certo, anche Zuegg ha ottenuto più di quanto avrebbe dovuto, si è fatta pagare per aprire l’azienda: “Si evidenzia che la somma erogata, 12 miliardi 748 milioni di lire, è superiore al contributo definitivo. Nel collaudo finale la commissione ha inoltre rilevato una serie di variazione rispetto al progetto originario mai approvate”, scrivono i magistrati contabili. Si sono fatti pagare, e tanto. Ma in questo deserto almeno la fabbrica c’è. Non fa confetture di nocciole, non confeziona le buonissime castagne che qui, tra Montella e Lioni sono ilprodotto tipico. Arrivano pesche e albicocche da lontano. Il prodotto cosiddetto a chilometro zero non esiste. Però ci sono gli autotreni, che corrono lungo la Fondovalle, la nuova bretella di scorrimento veloce. È già intasata, sono bastati pochi anni di attività a renderla inadeguata. A Lioni la stazione è terra di nessuno. Troviamo Angelo, il capotreno di vent’anni fa. Lui e un gruppo di ex ferrovieri la accudiscono, montano di guardia: “Che peccato, era una linea tutta automatizzata”. Lioni è un paese con più case che abitanti. Vani vuoti, palazzi deserti. Il terremoto ha colpito, e si vede. Chi può scappa. Resiste il diavoletto del rancore. I paesi infatti vivono nel sentimento del rancore. Alcuni ragazzi hanno occupato una saletta pubblica, pochi metri quadrati, e hanno realizzato un centro sociale: si chiama Rouge. Vedono film, si ritrovano con una birra, parlano, contestano, discutono. Nel paese vuoto, un fiore rosso, un punto vivo. L’amministrazione ha deciso di sfrattarli. Non hanno il permesso. Si sfratta la ragione, mentre il treno immaginario prende la via di Conza della Campania. Il paese è nuovo di zecca, lucido e senz’anima. Il terremoto rase al suolo il vecchio borgo. I superstiti hanno deciso di lasciare le macerie e trasferirsi in pianura. Casone a due piani, strade larghe come neanche a Los Angeles. Il monumento principale in piazza è costituito dall’antenna per la ricezione dei telefonini. È la modernità che irrompe, il nuovo che incrudelisce gli animi. In collina, nel paese morto, hanno sistemato gli stranieri richiedenti asilo. Vengono dall’Asia e dall’Africa, dalle zone di guerra. Corpi perseguitati, fuggiti per non morire. La loro pelle è nera. In Italia esistono luoghi di stazionamento. Uno di essi è proprio qua. Il Comune ha trovato una sistemazione ai venticinque residenti temporanei, un ritrovo turnario. Ciclo di arrivi e di ripartenze. Gli ospiti ricevono per il proprio sostentamento un pocket money dal governo italiano (due euro e cinquanta centesimi più buoni pasto). Hanno l’obbligo di spenderli presso i negozi del paese che li ospita. Li ospita, ma li tiene a distanza. Si fa pagare, ma insomma li ha sistemati nelle retrovie, tra le macerie. Nella disperazione che c’è, questa piccola fabbrica della speranza, fuggitivi, testimoni di carestie e di morte, frutta qualcosa. Sono tutti in cima alla montagna, nell’unico edificio restato in piedi dopo la tremenda scossa del terremoto dell’80. Lontani dagli occhi, lontani dal cuore. Davanti Conza della Campania si scorge la gola che conduce a Rocchetta. Era la stazione da dove si partiva per andare lontano o si arrivava dopo anni di sacrifici. Ora è il deserto. Binari alla memoria. (Ha collaborato Valentina Corvigno).
    da: Il Fatto Quotidiano, 14 agosto 2013


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