Il treno di Rocchetta. Ventinove anni fa.

Ventinoveanni dal terremoto del 1980, evento traumatico che ha mutato definitivamente e per sempre il paesaggio costruito dell’Irpinia ed il paesaggio interiore degli uomini e delle donne che in quella sera riconobbero il vento freddo della morte. La storicizzazione degli effetti della ricostrzuione postsismica, ormai è possibile e può servire a capire meglio lo sforzo che gli uomini e le donne – che allora casomai avevavno solo dieci anni – stanno compiendo per ricreare la costruzione del senso di una scelta fatta : quella di lottare e contribuire all’innalzamento della qualità della vita , la propria e quella dei propri figli,  restando in Irpinia.

La concretezza , più recente, di un  impegno “politico “, svolto , ad esempio, da Amici della Terra Irpinia, dall’Osservatorio CGIL, da IrpiniaTurismo ed insieme ad altri coraggiosi irpini, è stata quella di rimettere in corsa  ogni sabato e domenica, il treno che da Avellino raggiunge Calitri, sull’antica tratta ferroviaria Avellino-Rocchetta Sant’Antonio.

Il ramo secco, ancora una volta ha osteggaiato la sua sorte definitiva, vincendo una volta di più. Domenica 22 novembre 2009, la linea ferroviaria si è animato di gioia, vitalità, sorrisi. Lioni prima e poi Taurasi hanno accolto i 140 nuovi passeggeri, che con occhi nuovi guardano all’Irpinia. A ventinoveanni dal sisma, offro all’attenzione di quanti vorranno costruire altra memoria, un racconto pubblicato nel 1981 da Pironti Editore nella raccolta scritta a più mani da Salvatore Biazzo, Domenico Carratelli, Aldo De Francesco . Ultime voci dall’epicentro.-

Luca Battista

 

Il treno di Rocchetta.

Racconto da: Salvatore Biazzo, Domenico Carratelli, Aldo De Francesco . Ultime voci dall’epicentro, Pironti Editore, Napoli 1981

 

Nicola detto Nick tornò per vedere il treno. Era cu­rioso, ma tornò proprio per questo. Gli altri non gli crede­vano. Lui andò alla stazione. Un po’ lo  presero per matto. In quei giorni c’era altro da fare.

C’erano tre binari. Fuori dalla stazione i binari diven­tavano uno solo. Da una parte c’era la galleria. II binario entrava nella galleria e scompariva cosi. Dall’altra le rotaie correvano per un tratto dritte, e poi piegavano verso Ie col­line. Nick si incamminò lungo il binario. La giornata era calda.

Quella era la ferrovia per i paesi dell’alta Irpinia.

Dicevano sempre che un giorno o I’altro l’avrebbero tolta. – Dicevano sempre questo – pensò Nick – e io non so quante volte l’ho sentito dire. Sembrava una gran cosa.

Il binario andava verso un piccolo ponte in muratura.

Dopo veniva la curva.

– I paesi del Kansas – pensò Nick. Li aveva sempre chiamati così, con quel doppio senso palese. Montella Town, Nusco City, Conzasville.

Questo era stato un gioco di ragazzi. Nick ricordò tutta la banda. Andiamo al saloon, dicevano, ed entravano nel bar. Erano i tempi dei film americani. Non c’era niente altro da inventare.

Dicevano che avrebbero tolto la ferrovia perche era un  ramo secco.

– Ogni volta che volevano abolire una ferrovia dice­vano cosi – pensò Nick. – E un ramo secco, bisogna ta­gliare. Ma poi passa del tempo e il ramo secco rimane. Perche anche tagliare un ramo secco costa.

Così la ferrovia per i paesi dell’alta Irpinia rimase. Do­po le corriere vennero gli autobus, ma il treno rimase. C’era­no dieci treni ad andare e dieci a venire per i paesi dell’alta Irpinia, e rimasero tutti. Cominciavano a partire nella notte e arrivavano all’ alba. E ce n’era uno che andava particolar­mente forte perche non fermava in tutte Ie stazioni, ed era il treno delle 6,45.

Rocchetta Sant’ Antonio sembrava in capo al mondo ma era solo all’inizio della pianura pugliese, dove finivano le curve e le controcurve dell’Irpinia, e il paesaggio calava, non era pù un tormento di monti, un incavo di canaloni e torrenti, e i buchi delle gole cessavano tutto a un tratto.

Nick si fermò e si sedette sul binario. Accese una si­garetta. Fumava e guardava il binario fare la curva e prendere per le colline. La non c’era niente che facesse pensare che la terra si era mossa. Le vecchie case erano sgretolate gia da prima. La stazione aveva retto bene.

La ferrovia che va da Avellino a Rocchetta Sant’ An­tonio è a un solo binario e corre fra Ie pieghe dell’appennino, passando per boschi di castagni e di querce, insidiata dalle frane e messa in pericolo, d’inverno, dai torrenti che fanno i vortici attorno ai piloni dei vecchi ponti in muratura.

Nick  conosceva esattamente il giro della ferrovia e come prendeva per forre e gallerie, per vallate strette e costoni.

– La ferrovia del Kansas – pensò con quel giochetto di parole al quale non sapeva rinunciare. Fumava seduto sul binario e si lasciava scaldare dal sole. Non aveva idea di che ora fosse, non gliene importava. Se il treno fosse giunto, avrebbe fischiato prima della curva e lui l’avrebbe sentito. Se veniva dalla parte della galleria si sarebbe fermato alla stazione e Nick l’avrebbe visto. Non c’era pericolo.

– I paesi del Kansas – penso Nick. – Per farli tutti ci vogliono quattro ore. E non ci sono piu di duecento chilo­metri da Avellino a Rocchetta.

Così andavano le cose in quei posti. Una ferrovia di duecento chilometri impiegava quattro ore a farseli tutti. E neanche arrivava fino alle case di ogni paese perchè molti abitati stavano su colline, a mezza montagna, sopra cocuzzoli che il treno, passando, guardava dal basso. A volte nean­che si vedevano, dal treno, i paesi che avevano il nome scrit­to sul muro della stazione. Dietro la stazione c’era solo una strada, e il paese dove andava la strada non si vedeva. Era da qualche parte, sull’appennino.

Due paesi che erano da qualche parte dell’appennino, e dalla ferrovia non si vedevano perchè c’erano solo i nomi sul muro della stazione e basta, spesso avevano una sola stazione, come Scanzano e Occhino, come Conza e Andretta. Poi, ognuno che scendeva dal treno prendeva per la propria strada.

Un uomo stava camminando sui binari e si avvicinava.

Nick lo vide. L’uomo salutò da lontano e Nick rispose al saluto. Era il capostazione.

Sei tornato, Nick.

Sono tornato a vedere il treno. Ti  è sempre piaciuto.

Si – disse Nick .

 Non ci sono stati danni alIa ferrovia – disse iI capostazione.

E dura a morire – disse Nick. – La ferrovia del Kansas.

– Te la ricordi? – disse Nick. – La chiamavo proprio cosl.

– Non e cambiato niente – disse l’uomo.

Allora Nick si sentiva uno delIa ferrovia perchè sui tre­ni passava gran parte del suo tempo. II treno gli sembrava una gran cosa e pensava che le macchine avrebbero guastato tutto.

– Hanno costruito l’autostrada, Nick. Questo treno non lo prendeva più nessuno – disse il capostazione.

– Ci sono in tutto il mondo treni e ferrovie cosi ­disse Nick. – Ci sono in tutto il mondo treni che vanno piano per forre e per vallate, e per montagne, e spesso si fermano perche la locomotiva non ce la fa. Costruiscono queste ferrovie in posti che i turisti considerano molto pit­toreschi, ma sono solo posti molto poveri. Sono le ferrovie dei poveri, e non possono dargliene di migliori.

Prima che si vedessero tante macchine in giro, il treno da Rocchetta ad Avellino era un treno pieno di giovani. Es­si prendevano il treno per andare a scuola. E Nick andava con gli altri. In un grosso paese proprio a metà percorso del­Ia ferrovia c’erano scuole importanti. E le altre stavano ad Avellino. I treni partivano da Rocchetta alle 4 e alle 5,17. Prendevano quei treni per andare a scuola, e il treno era la parte più bella delIa giornata. Più bella che andare a scuola, naturalmente. Allora le fermate della locomotiva fuori dalle stazioni erano una festa.

Ci sono trenta stazioni tra Rocchetta e Avellino, e tra una stazione e l’altra ci sono tre o cinque chilometri. Non ce ne sono di pù. II treno passava più tempo nelle stazioni, durante le soste, che a correre sui binari.

– Che cosa ti passa per la testa, Nick? – chiese il capostazione. Si sedette anche lui sul binario e accese una sigaretta. Ne offrì una a Nick.

E allora Nick disse: – Penso a quando era inverno e questo treno era persino allegro. Fuori pioveva e faceva freddo, i finestrini erano appannati. A volte mancava la luce nei vagoni, e all’interno era tutto un baccano. Anche i contadini, che salivano sospettosi e col broncio, alla fine si univano a noi. Facevamo un baccano d’inferno.

– Erano bei tempi, Nick. I0 cominciavo appena a fare il mio lavoro – disse il capostazione.

– Col passare del tempo – disse Nick – ci cono­scemmo uno per uno, e sapevamo chi sarebbe salito a una stazione e chi ad un’altra. Quando vedevamo qualcuno cor­rere in ritardo, facevamo aspettare il treno. Eravamo tutta una famiglia viaggiante. Dopo, facemmo dei treni molto be­ne organizzati di baccano e di cibo.

– Eravate una banda simpatica.

– I contadini portavano un vino delIa miseria – disse Nick – ed eravamo tutti piu allegri. I contadini di Lapio portavano il vino migliore.

– Era un bel treno – disse il capostazione.

– Con quel vino molti di noi si sono sposati – disse Nick. – Voglio dire che sul treno salivano ragazzi e ragazze. E qualcuno, bevendo e scherzando, trovò l’ anima gemella.

II capostazione guardo Nick e non disse nulla. Non aveva mai capito bene se Nick avesse il cervello a posto.

– Era un treno anche di galline – disse Nick – e non voglio dire mica le ragazze. Salivano anche le capre. I contadini gli pagavano il biglietto e le capre avevano il loro posto sui sedili. Mi sarebbe piaduto vedere un contadino che avesse accompagnato la sua capra nel gabinetto del treno. Ma questo non accadde ma. Le capre non sporcavano, così almeno mi sembra di ricordare.

– Le galline invece facevano un gran chiasso – conti­nuo Nick – e spesso scappavano dai cesti. Qualcuna ne gettammo dai finestrini. Ma l0 facemmo una volta o due, non di piu, perchè le contadine che salivano sul treno erano piut­tosto robuste e non avevano vergogna di metterci le mani addosso.

II capostazione fumava e ascoltava. Lui aveva vissuto diversamente quell’avventura del treno, nel posto di bloc­co della stazione, e non aveva mai pensato che potesse es­sere come Nick la raccontava.

– Coi controllori facevamo cagnare meravigliose disse Nick. – E la gloria massima era non pagare il biglietto. – Non tutti i controllori ve la facevano passare liscia – disse il capostazione.

– Proprio cosl. Una volta ce ne fu uno che non volle sentire ragioni. Ci fece scendere alla stazione di Taurasi. Era­vamo in quindici senza biglietto. Ci mise in fila davanti alla biglietteria e ci fece fare quindici biglietti di percorso com­pleto.

– Fu un bel colpo – disse il capostazione.

– II bigliettaio di Taurasi non prese la cosa per il verso giusto – disse Nick. – Borbottò e inveì  per tutto it tempo che impiegò a preparare i quindici biglietti.

– E così sei tornato a vedere il treno – disse il capo- stazione.

– A che ora passa il prossimo? – chiese Nick.

– Non c’è un orario preciso.

– Vuoi dire che non c’è piu un servizio regolare?

– No. Non c’e.

– E da quando?

– Dai giorni in cui la terra si è mossa è  così.

Si udì il fischio.

– Andiamo – disse il capostazione.

Nick guardò oltre la curva, verso le colline. II treno non si vedeva ancora.

–      Che treni sono? – chiese Nick. Di nuovo si udì il fischio.

– Portano vagoni vuoti per lasciarli nelle stazioni disse l’ altro.

Si udì ancora il fischio. II treno era ormai dietro la curva. Fra poco si sarebbe udito distintamente l’avanzare della locomotiva.

Sul marciapiede della stazione c’era molta gente.

Fermiamo i vagoni vuoti sul binario di sosta – dis­se il capostazione. – La gente sale, si sistema sui sedili, ci passa la notte. Non hanno un altro posto dove dormire. Non hanno piu casa, la terra gliel’ha buttata giù. Vengono alla stazione e si sistemano nei vagoni.

– E questo succede dappertutto? – chiese Nick.

– Così fanno anche nelle altre stazioni. A Ponteromito, a Nusco, a Sant’Angelo dei Lombardi, alla stazione di Conza, a quella di Teora.

II treno fischiò ed entrò nella stazione. Dietro la loco­motiva c’erano solo due vagoni. Ed erano vuoti, come aveva detto il capostazione. II treno si fermò. La gente voleva sa­lire subito. Fu trattenuta da alcune guardie. II treno fece la sua manovra. Andò avanti, oltre gli scambi. Tornò indietro cambiando binario. Si fermò nuovamente. Due manovali stac­carano la locomotiva.

La gente attraversò i binari e salì disordinatamente sui vagoni. Ognuno cercò il posto migliore per un viaggio che non avrebbe fatto. Salivano sul treno e portavano soprat­tutto coperte e materassi. Ci volle un bel po’, ma alla fine ciascuno trovò la sua sistemazione. Qualcuno mise tendine improvvisate ai finestrini.

Le donne scesero dai vagoni e andarono alla fontanella della stazione. Avevano con se molte bottiglie vuote. Le riempirono d’acqua e tornarono sul treno.

La locomotiva venne sul primo binario e il capostazione andò al telefono.

Nick rimase sul marciapiede. Gli parve di riconoscere il macchinista.

– Ehi, Nick, sei tomato – disse I’uomo.

Ora si annunciava un altro treno. Veniva dalla galleria.

Improvvisamente la stazione era tornata ad animarsi.

II nuovo treno aveva più vagoni. Sui finestrini c’erano tante croci rosse. Venne avanti e si fermò.

Nick pensò: – Quando una ferrovia non va pù, dico­no che è un ramo secco e vogIiono tagIiarlo. Ma questa fer­rovia si batte ancora. Ora è casa ed ospedale per la mia gente. E’ una ferrovia di treni fermi e dolorosi, ma serve ancora in questi posti. Fra tante promesse, fra tante cose che dovevano cambiare, proprio la vecchia ferrovia rende ancora un buon servizio.

– Salta su – gIi grido il macchinista. – Ti faccio fare un giro come ai bei tempi.

Nick saltò sulla locomotiva.

La terra che s’era mossa aveva dissestato qualche tratto di binario. Ma le squadrette di emergenza li avevano rimes­si a posto. La vecchia ferrovia serviva ancora e non se ne poteva fare a meno. I treni diventarono dormitori ed ospe­dali. Sui vagoni fermi nelle stazioni cucinavano per i ter­remotati.

– II ramo secco – disse Nick al macchinista – è an­cora una buona cosa per questi nostri paesi.

. – Eh, già – disse I’uomo e tiro il manicotto del fischio.

La locomotiva si mosse. Nick guardò davanti a se. Vide che andavano nella galleria.

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