Tutti in carrozza!

Benvenuti! Questo sito è dedicato alla storica tratta della strada ferrata Avellino-Rocchetta S.A.(Ponte Santa Venere)

1 Response to “Tutti in carrozza!”


  1. 1 giovanni ventre 16/11/2009 alle 10:06 am

    UN VIAGGIO EMOZIONALE SULLA AVELLINO ROCCHETTA SANT’ANTONIO

    Il treno è appena partito, la stazione di Avellino si allontana lentamente, le rotaie scorrono dietro il piccolo treno composto di due carrozze. A bordo un centinaio di curiosi in cerca di emozioni. La tratta Avellino Rocchetta è un poco il filo di Arianna della storia d’Irpinia. Un grande uomo politico oltre che un insigne maestro poi diventato il maggiore critico letterario italiano, Francesco De Sanctis, ebbe alla fine dell’ottocento l’ intuizione di far attraversare buona parte dell’Irpinia da una strada ferrata che avrebbe significato per i territori attraversati un faro nella notte buia dei collegamenti con il mondo. La strada ferrata attraversa tre valli in cui scorrono i maggiori corsi d’acqua irpini, la valle del Sabato, quella del Calore e quella dell’Ofanto, le stazioni ( quello che rimane) sono situate in basso rispetto ai paesi che la dominano dall’alto, appollaiati sulle vette come galli stanchi persino di annunciare l’alba. Una volta uomini, donne e bambini, si levavano a notte fonda per intraprendere a piedi o a dorso d’asino la sterrata che li avrebbe condotti al treno e poi alla città. Il viaggio continua e il treno avanza lento col suo sferragliare caratteristico e col suono acuto che ne indica il passaggio, la prima cosa che mi colpisce è certamente molto singolare. In alcuni punti il fischiare del treno diventa continuo e lo stesso rallenta fino quasi a fermarsi, mi affaccio al finestrino certo che vi siano dei lavori in corso e con mia somma meraviglia mi accorgo che vi sono delle mulattiere che intersecano la ferrovia e che nessun passaggio a livello esiste ad indicare il passaggio del treno, allora il macchinista fa di necessità virtù, quasi si ferma prima di continuare il viaggio. Abbiamo superato la valle del Sabato e ci stiamo immettendo dal torrente Salzola nella valle del Calore, ci fermiamo alla stazione di Ponteromito – Cassano, poi a Montella e a Bagnoli, siamo nel cuore del Parco dei Picentini. Raggiungiamo Nusco e poi Lioni, qui sale a bordo l’onorevole Rosetta D’Amelio, unico rappresentante politico ad avere accettato l’invito, la signora si presenta sorridente e socievole, in men che non si dica ha accalappiato l’attenzione di quasi tutti i partecipanti. Mentre il treno viaggia veloce verso Conza per poi raggiungere Calitri, nel vagone si parla delle potenzialità della ferrovia e dello stato di abbandono in cui versa. Riceviamo dalla disponibilissima D’Amelio la promessa che qualcosa sarà fatto e che troveremo in lei una preziosa alleata. Il professore Antonio Panzone da Taurasi fa comparire una bottiglia di nettare rosso con la quale brindiamo alle promesse dell’Onorevole. A Calitri la signora ci lascia per altri impegni e il viaggio continua nella Valle dell’Ofanto, fiume che è stato palcoscenico di importantissimi eventi nei millenni scorsi. Basta ricordare la battaglia di Canne e quella di Aquilonia. All’improvviso il paesaggio inizia a mutare, stiamo attraversando il territorio di Monteverde, e dopo il ponte di santa Venere entriamo nella stazione di Rocchetta Sant’Antonio. Sosta di un quarto d’ora prima della ripartenza. Quando il capostazione ci invita a salire per il viaggio di ritorno una cupa malinconia si impadronisce del mio animo. Stranamente e non so perché l’improvviso cambio di umore è palpabile quasi come la nebbia che la mattina avvolgeva il colle di Cairano. Cerco inutilmente una folata di vento liberatrice, ma nel profondo del mio animo non vi è alcun vento, sicchè l’improvvisa malinconia resta immobile padrona dei miei sentimenti. Prendo la bottiglia d’acqua dallo zaino e bevo alcune sorsate. Mi disseto ma la malinconia non annega nel liquido ingerito. Allora cerco di distrarmi ammirando il paesaggio sedendomi. Arriviamo alla stazione di Rapone, Ruvo, San Fele, siamo in terra di Basilicata, sulla sponda destra dell’Ofanto, mi affaccio dal finestrino e guardando il paesaggio lo sguardo si sofferma ai margini della massicciata, una fila interminabile di formiche si inseguono senza mai raggiungersi, mi portano alla mente i poveri contadini che si avviavano al treno che li avrebbe portati in terra straniera in cerca di una dignità e di un tozzo di pane per i loro figli. Anche quegli uomini come le formiche erano tutti uguali, tutti in fila con la valigia di cartone legata da uno spago consunto. All’improvviso quelle figure si materializzano nel mio cervello, li vedo salire sul treno e timidamente sedersi al mio fianco. La faccia rugosa frastagliata da anni di vento e sole, le mani callose e forzute, allenata da anni ed anni di esercizi con la zappa e la vanga. Riesco addirittura a sentire l’odore della naftalina che ancora impregna quell’unica giacca conservata gelosamente per i giorni di festa. Li vedo affacciarsi al finestrino e salutare con la mano i cari che sventolano fazzoletti bianchi come a voler scacciare le mosche fastidiose della povertà. Quando la stazione sparisce alla vista i disgraziati si seggono con gli occhi umidi di lacrime, lacrime amare che stanno a significare il fallimento di una vita. Il fischio del treno irrompe improvviso nei miei pensieri frantumandoli, ritorno in me e mi accorgo che il treno sta ripartendo e che alla stazione ci sono solo le formiche in fila indiana. Le saluto e andiamo via.
    Mi accorgo che il groppo che avevo in gola è sparito. Ecco, mi dico, per un attimo stavo vivendo le sensazioni che intere generazioni di contadini avevano vissuto in questi territori. Per fortuna oggi qualcosa è cambiato. A tutte le stazioni successive immagino i contadini fermi ad aspettare il treno della speranza. Alla stazione di Cairano invece ricordo del film magnifico girato da Camillo Marino e Silvio Siano, “La Donnaccia” La protagonista è Mariarosa Apicella, una bella prostituta, interpretata dalla sensuale Domique Boschero rimpatriata con il foglio di via al Sud, nel paese d’origine. Qui Mariarosa suscita scalpore perché i contadini iniziano a frequentarla fino a quando uno di loro, tra la disapprovazione dei compaesani, decide di sposarla.
    Sullo sfondo il dramma dell’emigrazione, il mito americano e la superstizione con l’episodio dell’indemoniata da esorcizzare. Mi ritornano in mente i bellissimi giorni trascorsi a Cairano questa estate in occasione della riuscitissima manifestazione “Cairano 7X”. Lentamente ed inesorabilmente il treno si avvicina ad Avellino ed alla fine di questo surreale viaggio in una terra mortificata dalla nullità di chi la amministra ricca solo di promesse non mantenute e di progetti mai partiti. E a proposito di partenze, qualcuno vuole che anche il treno del De Sanctis non parta più e che quei binari intrisi della storia della nostra gente contadina arrugginiscano nella dimenticanza di chi lastrica di indifferenza le strade della nostra storia.

    Giovanni Ventre


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